Il 25 novembre si celebra la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne istituita dall’Onu. L’omicidio di Giulia Cecchettin interroga le coscienze di tutti / MESSAGGIO DELL’ARCIVESCOVO DI PALERMO MONS. CORRADO LOREFICE

A Palermo l’omicidio di Carmela Petrucci, a Caccamo l’omicidio di Roberta Siragusa, nei mesi scorsi la violenza di gruppo al Foro Italico: “Impegnamoci – tutti quanti, insieme - a vivere in un modo diverso le differenze, ritrovando la forza dell’essere comunità”

25 NOVEMBRE 2023, GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

MESSAGGIO DELL’ARCIVESCOVO DI PALERMO MONS. CORRADO LOREFICE

 

Oggi in tutta Italia ci interroghiamo su Giulia. Sento dentro di me un dolore profondo. Un dolore di padre e di fratello. Perché Giulia è per ognuno di noi oggi figlia e sorella. Sento lo strazio di questo omicidio crudele, che ha ferito a morte i familiari e gli amici. Avverto lo sgomento dei genitori di chi ha ucciso e spero per lui un processo di intima consapevolezza del male terribile che ha compiuto, ergendosi a padrone della vita di una giovane donna di cui ha stroncato i sogni e oscurato il sole. Sento che questo strazio è vicino allo strazio della guerra. Perché chi decide di fare la guerra non ha sanato in sé la frattura tra maschile e femminile, tra l’icona del potere e l’icona della vita. Fino a ieri, proprio nella nostra Palermo, con altrettanto sgomento ci interrogavamo su ‘Asia’, stuprata al Foro Italico come una preda. Cito Giulia e Asia insieme a tutte le altre donne, vittime delle quali non ricordiamo il nome, così come non sappiamo e forse non teniamo nel cuore il nome delle centinaia di donne oltraggiate dallo stupro, delle migliaia che ogni giorno sono vittime di violenza e maltrattamenti in famiglia, sul lavoro, nei loro tragitti quotidiani, nelle relazioni affettive.

Il 25 novembre, la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne arriva per noi oggi in questo contesto, ed è come un appello pressante ad abbandonare ogni retorica. Le storie di Giulia, uccisa da Filippo, di Carmela, di Roberta, di Asia, oggi devono ricordarci solo una cosa: non c’è una casa, una scuola, una famiglia o una cerchia di amici che possa considerarsi al riparo, immune dal rischio di un delitto frutto di un collettivo fallimento culturale ed educativo. Non si tratta di accompagnare i figli maschi ma di accompagnarci tutti assieme verso un modo diverso di vivere le differenze, ritrovando la forza dell’essere comunità, del non rimanere isolati e privi di autentico confronto.

Come sempre la parola di Dio ci svela il cuore umano nella sua intimità e ci aiuta a comprenderci, a comprendere. Pensiamo ad Adamo, che vedendo il corpo di Eva e trovando nella sua bellezza ciò che desiderava, è portato a considerarla carne della sua carne, ossa delle sue ossa, un corpo su cui apporre il sigillo del possesso. Ma il corpo di Eva non è un oggetto, non è una protesi da indossare, non è un ‘esso’: è un ‘tu’ da incontrare e da riconoscere, per poterlo amare. Sin da questo equivoco rintracciamo quella tendenza al dominio, alla prevaricazione dell’uomo nei confronti della donna di cui per secoli è stata intrisa la storia umana, tanto che le donne per prime ne sono ancora non a sufficienza consapevoli pur se drammaticamente sofferenti.

Ed è proprio a partire da qui che ancora una volta comprendiamo l’importanza cruciale della relazione: il ‘tu’ che Eva rappresenta rispetto ad Adamo non può essere annullato, nessuna forma di incontro tra un uomo e una donna può portare alla gioia dell’amore se non imbocca la via del riconoscimento dell’anima.

Educhiamoci ogni giorno, in ogni nostro contesto intimo, familiare, professionale, sociale, al rispetto di questo ‘tu’. Alla contemplazione della bellezza dell’altro e del progetto di Dio. A porre, con la serietà del nostro impegno nel tessere relazioni autentiche, le premesse di uno stare al mondo che permetta a ciascun uomo e a ciascuna donna di vivere il proprio inno alla vita.

 

  • In allegato: intervento di Mons. Giuseppe Baturi, Segretario Generale della CEI