Come da tradizione, nella Chiesa di San Giuseppe dei Teatini è stata celebrata la Solennità di San Giuseppe: un evento preceduto da quattro giornate di preparazione e realizzato dalla Chiesa di San Giuseppe dei Teatini e dall’Ufficio diocesano per la Pastorale Sociale e del Lavoro. Coinvolte, come sempre, le organizzazioni degli artigiani CNA, Casartigiani, Confartigianato, CLAAI. Presenti le diverse associazioni di categoria, le associazioni del mondo del lavoro e le associazioni delle aggregazioni laicali presenti nella nostra Arcidiocesi. Coinvolta anche la realtà del Progetto Policoro.
Chiesa di S. Giuseppe ai Teatini
Solennità di S. Giuseppe, sposo della beata Vergine Maria
Omelia Arcivescovo di Palermo Mons. Corrado Lorefice
Saluto tutti gli artigiani presenti e i rappresentanti delle Associazioni di categoria, i servitori delle Istituzioni civili. Ma saluto particolarmente voi carissimi giovani presenti, provenienti da alcuni Istituti scolastici della Città. Come adulti e come cristiani sentiamo la responsabilità di questa vostra presenza.
Sono sicuro che oggi il Vangelo attraverso la figura di Giuseppe vi potrà raggiungere nella profondità della vostra ricerca di senso e di futuro per la vostra vita. Luca ci riporta uno scorcio della vita di Gesù nel normale tempo di crescita da bambino ad adulto. Gesù va a Gerusalemme, al tempio, con i suoi familiari. Silvano Fausti a proposito di quanto prevedeva la legge ebraica (Dt 16,16) scrive: «Gesù si inserisce nell’obbedienza della sua famiglia alla legge del Signore e va a celebrare la sua Pasqua. […] fino a 13 anni il bambino è minorenne, figlio dei suoi genitori che l’hanno ricevuto in dono. Devono insegnargli la parola che lo rende figlio di Dio, unico Padre. Dai 12 ai 13 anni c’è il tirocinio definitivo e poi diventa “adulto”, “figlio della legge”, tenuto, come i suoi genitori, a conoscere e compiere la volontà di Dio. Il Vangelo ci dice che Gesù, anticipando il rito di passaggio all’età adulta, si fa interpretazione autentica e piena della legge: Lui è il compimento della legge» (S. Fausti, Luca 1-11). Paolo, scrivendo ai Corinti, dirà: «Il Figlio di Dio, Gesù Cristo che abbiamo predicato tra voi, io, Silvano e Timoteo, non fu “sì” e “no”, ma in lui c’è stato il “sì”. E in realtà tutte le promesse di Dio in lui sono divenute “sì”» (2Cor 1,19-20).
Un fatto che appartiene al ‘tempo ordinario’ di un bambino ebreo. Ma la quotidianità custodisce una dimensione profonda e chiede fedeltà alla terra nella continua ricerca della presenza di Dio negli eventi della vita: «Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui» (Lc 2,40). Grazia che permette a Gesù di comprendere e compiere il disegno salvifico di Dio Padre per l’umanità intera.
Il Vangelo di Luca registra il senso di incomprensione di Maria e Giuseppe. Incomprensione che troveremo anche nei discepoli, nelle folle, nella maggior parte degli interlocutori di Gesù. Indicativa l’espressione «dopo tre giorni» (v. 47), che rimanda chiaramente alla resurrezione di Gesù. In questa scena della fanciullezza di Gesù e del suo percorso di crescita si profila qualcosa di molto più grande: il progetto e l’opera redentrice di Dio e l’adesione incondizionata e consapevole di Gesù ad essa.
Il turbamento di Maria e Giuseppe rispetto al comportamento e alle parole di Gesù rimandano a quella «contraddizione» di cui Gesù è segno, e a cui aveva già accennato il vecchio Simeone poche righe sopra il brano di oggi (cfr Lc 2,24-35). Una “contraddizione” rivelativa del volto di Dio che raggiungerà la sua piena manifestazione nell’ultimo viaggio a Gerusalemme dove, sul Golgota, fuori dalle mura, verrà innalzato il legno della croce. Il Nazareno trafitto sulla croce è il «Figlio di Dio», come esclamerà il centurione romano (cfr Mc 15,39).
Già da questo episodio si evince che Gesù chiederà a tutti e sempre di prendere posizione: accettare o rifiutare il Dio che egli narra e rende presente, così ‘altro’ rispetto agli schemi religiosi e alle proiezioni umane. Ma comunque il suo messaggio deve raggiungere il terreno buono del cuore perché possa custodirlo, comprenderlo e farlo fruttificare nella vita. Al centro della vita. In ogni sua dimensione, in ogni scelta, in ogni relazione, in ogni azione.
«Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo» (Lc 2,48). Maria e Giuseppe scelgono questa strada. Le parole di Maria e il silenzio di Giuseppe dicono lo stupore tipico di chi si fa interrogare, di chi desidera cogliere i significati più profondi che custodisce questo “Figlio” venuto da Dio. «Dopo tre giorni» (Lc 2,46), Gesù manifesta la qualità del proprio rapporto con Dio. Nessuno si accorge di chi sia veramente Gesù. Non riescono a trovarlo perché egli sta compiendo un altro cammino che non è secondo i criteri religiosi umani. Maria e Giuseppe, se vogliono ritrovare Gesù che hanno perso, sono costretti a cambiare il loro cammino. Anche loro sono chiamati a mettersi radicalmente al servizio del progetto del Padre e ad avere nei confronti di Gesù uno sguardo di fede e non meramente umano. Maria e Giuseppe devono, con fatica, imparare a “guardare nella fede” al loro figlio. La fede. La fede di Maria e di Giuseppe. La fede è il fatto serio, di ieri e di oggi, per quanti riconoscono e accolgono Dio nella loro vita, di quanti si aprono alla relazione salvifica con Dio, di quanti con la loro vita vogliono contribuire alla redenzione del mondo, di quanti attendono fattivamente l’avvento dei Cieli nuovi e della Terra nuova.
«Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore» (Lc 2,51). Maria e Giuseppe custodiscono nel cuore questi eventi di Gesù. Le parole da lui pronunciate, vengono conservate in un cuore accogliente. Da veri timorati di Dio. Solo di Dio e di nessun altro. Attivamente e non passivamente. La fede non richiede che si comprenda tutto e subito, ma che tutto venga custodito e ruminato nel cuore. Dall’inizio alla fine. Dall’annunzio dell’angelo a Nazaret fino all’annunzio degli angeli al sepolcro vuoto del Golgota. Occorre rimanere aperti al disegno salvifico di Dio nella sua globalità, pena la sua incomprensione.
Gesù parla per la prima volta e annunzia una cosa sorprendente: «Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» (Lc 2,49). Non si riconosce nel fatto di essere un fanciullo prodigio che dibatte con i dottori della Legge, ma di essere Figlio. Dichiara che Dio gli è Padre. Chi vuole conoscere chi sia Gesù deve entrare con lui nelle cose del Padre, nella relazione con Dio che è Padre: il Vangelo è stato scritto proprio per questo, per me per voi, perché possiamo entrare in relazione con Dio, per comprendere cosa significhi essere e sentirsi davvero figli suoi. Per vivere da figli di Dio.
Oggi non tutti quelli che confessiamo la fede in Dio vivono da figli di Dio. Anche noi siamo soggetti all’indurimento e al congelamento dei cuori. Intasati nel cuore dalle logiche mondane, appesantiti dall’idolatria delle cose, dall’apparire, dalla ricerca del piacere sfrenato, plagiati dalla «globalizzazione dell’indifferenza e dell’impotenza» (Papa Francesco e Papa Leone XIV), immersi dall’individualismo, e travolti dalla perversa economia del profitto, che genera iniqua concorrenza, scarti umani e guerre sempre più devastanti. Che mondo vi stiamo facendo trovare carissimi giovani? Un campo di battaglia invece di un giardino fecondo! Quale volto di Chiesa? Distante, moralista? Noi adulti siamo in crisi, sbandati.
La vita – come quella di Maria e Giuseppe – deve essere tutta decisa unicamente in rapporto al progetto di pienezza di vita di Dio per noi. È questa la ricaduta necessaria della fede. Non cerchiamo più questa volontà di Dio e così finiamo sempre più nelle grinfie schiavizzanti di volontà umane – spesso in preda a deliri di onnipotenza – che si sostituiscono a Dio.
Vorrei terminare citando la Lettera apostolica su S. Giuseppe Patris corde (2020) di Papa Francesco. Il Santo Padre provocava il mondo di noi adulti, i cristiani: «Lo scrittore polacco Jan Dobraczyński, nel suo libro L’ombra del Padre, ha narrato in forma di romanzo la vita di San Giuseppe. Con la suggestiva immagine dell’ombra definisce la figura di Giuseppe, che nei confronti di Gesù è l’ombra sulla terra del Padre Celeste: lo custodisce, lo protegge, non si stacca mai da Lui per seguire i suoi passi. […] Padri non si nasce, lo si diventa. E non lo si diventa solo perché si mette al mondo un figlio, ma perché ci si prende responsabilmente cura di lui. Tutte le volte che qualcuno si assume la responsabilità della vita di un altro, in un certo senso esercita la paternità nei suoi confronti. Nella società del nostro tempo, spesso i figli sembrano essere orfani di padre. Anche la Chiesa di oggi ha bisogno di padri. […] Essere padri significa introdurre il figlio all’esperienza della vita, alla realtà. Non trattenerlo, non imprigionarlo, non possederlo, ma renderlo capace di scelte, di libertà, di partenze. Forse per questo, accanto all’appellativo di padre, a Giuseppe la tradizione ha messo anche quello di “castissimo”. Non è un’indicazione meramente affettiva, ma la sintesi di un atteggiamento che esprime il contrario del possesso. La castità è la libertà dal possesso in tutti gli ambiti della vita. Solo quando un amore è casto, è veramente amore. L’amore che vuole possedere, alla fine diventa sempre pericoloso, imprigiona, soffoca, rende infelici. […] Tutte le volte che ci troviamo nella condizione di esercitare la paternità, dobbiamo sempre ricordare che non è mai esercizio di possesso, ma “segno” che rinvia a una paternità più alta. In un certo senso, siamo tutti sempre nella condizione di Giuseppe: ombra dell’unico Padre celeste, che «fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,45); e ombra che segue il Figlio» (n. 7).

Preparazione alla Festa:
Domenica 15 marzo, Giornata di preghiera per i figli
- ore 10.00, 11.30, 19.00, Sante Messe
- ore 18.00, Adorazione Eucaristica presieduta dal diac. Rosario Calvaruso C.R. e guidata dal prof. Francesco Domina: “San Giuseppe, l’uomo che ha fatto suo il progetto di Dio”
Lunedì 16 marzo, Giornata di preghiera per le vocazioni
- ore 10.00, Santa Messa
- ore 18.30, santo Rosario guidato dai ministranti
- ore 19.00, Santa Messa per i fidanzati: “San Giuseppe, sposo che sa scegliere”. Presiede don Marco Visconti, parroco di Sant’Oliva
Martedì 17 marzo, Giornata di preghiera per la pace nel mondo
- ore 10.00, Santa Messa
- ore 18.30, Santo Rosario
- ore 19.00, Santa Messa per la pace: “San Giuseppe, custode silenzioso della pace”. Presiede don Saverio Civilleri, parroco della Cappella Palatina
Mercoledì 18 marzo, Giornata di preghiera per le famiglie
- ore 10.00, Santa Messa
- ore 18.30, Santo Rosario guidato dagli sposi
- ore 19.00, Santa messa per le famiglie con il rinnovo delle promesse matrimoniali: “San Giuseppe custode della famiglia”. Presiede don Antonio Castelli, vice direttore dell’Ufficio Liturgico della Diocesi di Trapani
- Apertura della “Tavola di San Giuseppe” con la raccolta alimentare per i più bisognosi
Giovedì 19 marzo, Festa di San Giuseppe:
- ore 8.00 – 9.30, Sante Messe
- ore 11.00, Santa Messa Pontificale per il mondo del lavoro presieduta da Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo di Palermo. Animerà la liturgia il coro della chiesa di San Giuseppe dei Teatini
- ore 14.30, apertura della chiesa per la preghiera personale.
- ore 17.30, Santa Messa
- ore 19.00, Santa Messa animata dal Coro della parrocchia di S. Maria di Monserrato a Palermo
Al termine di ogni celebrazione, la Benedizione del Pane offerto dalle organizzazioni degli artigiani: CNA, Confartigianato, C.L.A.A.I., Casartigiani.







































































