Di seguito, l’omelia per la Pasqua di Risurrezione dell’Arcivescovo Mons. Corrado Lorefice. Durante la Solenne Veglia celebrata nella Chiesa Cattedrale, sono stati conferiti i Sacramenti dell’Iniziazione Cristiana a dieci adulti .
Il nostro cammino con il Signore Gesù verso Gerusalemme.
«Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: “Su di te sia pace!”» (Sal 121,8).
Pasqua di Risurrezione
Omelia Arcivescovo di Palermo Mons. Corrado Lorefice
Struscio accarezzando / lentamente / erbe del prato e rugiade. / E ora bevo, / fiato sospeso, / l’ultima stella, / bevo / il silenzio di luce / di questo mattino.
(A. Casati, E ora bevo, in E non avere occhi spenti, 45)
Carissime, carissimi, viviamo notti prolungate di giorni incattiviti dalle follie umane. Guerre che prolificano ovunque. Macerie. Violenza. Morte. Tradimenti. Rinnegamenti. Corruzione. Terrore, paura angoscia. «Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio» (Gv 20,1). Il sepolcro su cui si erano spenti gli ultimi bagliori di quel venerdì sera e per cui era tramontata la speranza. Da quella sera per Maria di Màgdala e le altre donne non si era fatto più giorno. Un cielo di Palestina – nei versi di A. Casati – non «più tinto di azzurro / che non è più azzurro. / Lo hanno sporcato: / per fiato aspro di cannoni / odora di sangue. / Stupro di umanità. / Odo piangere il tuo cielo, / il tuo mare, le sabbie lucenti / che amavi. / Sento pianto di donne. / Il mio cielo ora è / in dismissione. D’azzurro» (Dismissione di azzurro, 158)
Ecco da dove germoglia la Risurrezione del Signore Gesù. Da un buio. Il buio dell’ultimo respiro del Crocifisso, il buio del cuore delle donne e degli apostoli, il buio del velo del tempio squarciato, della morte. Dal fragore di un terremoto, come annota Matteo: «Ed ecco, vi fu un gran terremoto» (Mt 28,2).
La Risurrezione sboccia dal buio e dal terremoto della morte. Dal fallimento sigillato da una pietra tombale. Deflagra da un’alba di un giorno inaspettato, inedito, nuovo, che vince il buio schiacciante della notte; che trionfa sulla morte di Gesù e, in lui, su tutte le vittime dei Caino e dei mercanti di morte di ieri e di oggi, su «coloro che osano far la storia per mezzo delle guerre», e che «presto o tardi entrano nel turbine della divina giustizia» (P. Mazzolari, La parola che non passa, 124). Sì, perché la resurrezione di Gesù – il Giusto perseguitato, oltraggiato ed eliminato –, è il giudizio di Dio sulle vittime e i carnefici dell’intera storia umana che si ostinano nel male: «Il nostro Dio è un Dio che salva; il Signore Dio libera dalla morte», inabissa l’alterigia di «chi percorre la via del delitto» (Sal 67,21-22).
Come non ri-cor-dare i sepolcri che contengono i corpi esangui di tanti giovani, bambini e bambine che sono stati uccisi ultimamente a Palermo, a Messina, a Gaza, in Ucraina, in Congo, Sudan, Myanmar? E l’immenso sepolcro che è diventato il Mediterraneo? La morte esige di esser presa in tutta la sua drammatica crudezza, così come si scaraventa nelle viscere di ogni donna che corre al sepolcro di chi ha generato e amato. E di quelle che non hanno nemmeno un sepolcro dove andare a piangere.
La tomba del Golgota, come ogni tomba di ieri e di oggi, è una porta blindata che viene chiusa. S. Matteo precisa che il sepolcro fu sigillato («sphragísantes») con una grossa pietra («líton mégan») (cfr Mt 27,60.66). Fu chiuso definitivamente.
Eppure le donne hanno continuato a vegliare durante tutta la notte. Hanno attraversato il buio vegliando. La loro notte, come le notti del mondo, la loro veglia come le veglie dell’umanità. Veglie che si prolungano nei tempi, veglie di donne e di uomini che cercano, che soffrono, che lottano, che amano. La notte e la veglia di questo nostro tempo; la nostra notte, la nostra veglia. La notte dei corpi che annegano nel Mediterraneo o di quelli stramazzati a terra nelle movide violente e di ‘sballo’ dei nostri centri storici. La notte dei corpi disseminati nelle strade delle città bombardate del Medioriente o dell’Ucraina. La notte sempre più buia delle connivenze e delle corruzioni che si consumano nei palazzi del potere. È la notte dell’umano. Dell’umanità che si disintegra. Che affonda. Che viene annientata.
Ma è risuonato, ancora nitido e vigoroso, il canto del Preconio pasquale: «Il santo mistero di questa notte sconfigge il male, lava le colpe, restituisce l’innocenza ai peccatori, la gioia agli afflitti. Dissipa l’odio, piega la durezza dei potenti, promuove la concordia e la pace». Come anche il canto della Sequenza: «Raccontaci, Maria, che hai visto sulla via? La tomba del Cristo vivente, la gloria del risorto; e gli angeli suoi testimoni, il sudario e le vesti; Cristo mia speranza è risorto e precede i suoi in Galilea».
La Pasqua di Gesù è il ‘Passaggio’, quasi insperato, ma sempre fedele, di Dio nelle notti dell’umanità. Anche di quella profonda notte che stiamo vivendo. Ci rincuora questo verso poetico di A. Casati: «E ora bevo, / fiato sospeso, / l’ultima stella, / bevo / il silenzio di luce / di questo mattino» (E ora bevo, 45).
Ma la Pasqua, certo, non ci esime dal pianto e dal buio. «La domanda è se la nostra speranza è più forte del nostro buio, se è più forte del nostro pianto. […] la fede nella resurrezione non è un cammino a passo disinvolto senza esitazioni, senza sospensioni, senza tentennamenti, non è fatto di una luce prorompente, abbagliante, ma fatto di un pulviscolo di luce. […] Il cammino della fede nella risurrezione porta qui, a pensare Gesù come un vivente. Che non può essere trattenuto. Se è il vivente, non può essere trattenuto in un luogo o in un’ora» (A. Casati, Traccia di riflessione, Domenica di Pasqua, 21 aprile 2019). Ci precede sempre nella Galilea della nostra vita. Nelle irte strade della nostra giornata umana.
È il Vivente che continua a darci Vita e Luce, a vincere la morte, a fecondare del suo Amore smisurato e della sua Pace le nostre vite e i nostri giorni. La Risurrezione è l’esplosione della Luce nuova. Rifulgano di luce i volti; gli occhi siano abitati da riverberi di novità, capaci di sguardi limpidi, di ampie visioni. La Risurrezione è effluvio di acqua che genera vita e vita eterna, sorgente di convivialità nuova e duratura.
In questa luce e in questa sorgente vengono generati a nuova vita i catecumeni immersi nelle acque battesimali. Li salutiamo con affetto. Con immensa gioia. Insieme a noi, anche loro, esclamano: «Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Rm 6,4).
È Pasqua. È il Passaggio del Signore. Lasciamoci rigenerare. Ringiovanire. Affondino nell’acqua le stanchezze, le grettezze, gli egoismi, le idolatrie mondane, le indifferenze, i pregiudizi, le vendette, l’intolleranza, lasciamo nell’acqua tutto ciò che è vecchio e meschino. Emergiamo a vita nuova.
La Pasqua di Cristo è la nostra pasqua, il nostro passaggio a nuova vita, siamo pasta nuova, siamo azzimi (cfr 1Cor 5,6-8), così che in noi e attraverso di noi passi a nuova vita un pezzo di mondo: la città (la Casa comune), la comunità cristiana, la famiglia, il luogo del lavoro e della professione, del tempo libero, il territorio e l’ambiente che ci circonda. Dal buio alla luce, dalla morte alla vita, dalla disperazione alla speranza, dalla violenza all’amore, dalla guerra alla pace, dalla “globalizzazione dell’indifferenza e dell’impotenza” (cfr Francesco e Leone XIV) alla globalizzazione della solidarietà e della corresponsabilità. Annalena Tonelli, una volontaria cristiana forlivese, uccisa il 6 ottobre 2003 in Somalia, in una testimonianza, disse: «Sono stata per anni nel mezzo della guerra. Ho sperimentato nella carne dei miei, di quelli che amavo, la cattiveria dell’uomo, la sua crudeltà, la sua iniquità. E ne sono uscita con una convinzione incrollabile che ciò che conta è solo amare» (Convegno sul Volontariato, Vaticano, 1 Dicembre 2001).
La Pasqua di Cristo ci rigenera come artigiani della pasqua del mondo. Ci rende costruttori geniali di pace, di vita, di giustizia e di solidarietà. «Dove l’uomo si rifiuta di “toccare” il dolore degli altri – scriveva don Primo Mazzolari –, non c’è Pasqua. Dove le mani dell’uomo non sono forate per amore dei fratelli, non c’è Pasqua. Se i piedi non sono forati non possono portare sulle strade della pace pasquale. Da un cuore non trasverberato non trabocca l’alleluja pasquale. Non conosco altro mezzo per vincere la nostra durezza. Non si può far posto alla giustizia che soffrendo e offrendoci» (Via crucis del povero, 134).
Il Risorto oggi ci invia. Manda la sua Chiesa a convocare tutti, perché sentano la parola per la quale essa esiste e che sempre e a tutti deve annunziare, ossia il saluto di Gesù Risorto: «Pace a voi» (Gv 20,19.21). Non si tratta di un semplice saluto, ma della condivisione, in gesti e parole, della sua pace: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (Gv 14,27).
Termino con una poesia di Domenico Ciardi: «Questo canto sommesso / per la vittoria più grande / questa brace di pasqua / che pare stentare a incendiare la terra / o Madre, non cessare di raccontare / ai nostri cuori avviliti» (Canto sommesso, in Non basta la terra, Bose 1997). Sostienici e incoraggiaci, o Madre, a fare ciò che il Risorto ci ha detto: «Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi» (Gv 20,21; cfr 2,5).






































































