“Siamo qui in quanto donne e uomini dei segni. Siamo qui perché crediamo nella potenza dei segni sacramentali, nella loro efficacia, nella forza della loro povertà”

SETTIMANA SANTA / La celebrazione della Messa Crismale presieduta dall'Arcivescovo Mons. Corrado Lorefice / OMELIA ARCIVESCOVO / PHOTOGALLERY / LINK PER RIVEDERE LA DIRETTA STREAMING

Messa Crismale

Chiesa Cattedrale, 2 aprile 2026

Omelia Arcivescovo di Palermo Mons. Corrado Lorefice

«…aveva occhi di Messia e viscere di donna»

(A. Casati, Da Gerasa, racconto di un indemoniato, 78)

 

Con particolare esultanza del mio spirito, saluto l’amata Chiesa palermitana ancora una volta adunata, nella sua variegata e vivace composizione di carismi e ministeri, in questa vetusta chiesa Cattedrale, per la Messa Crismale. In modo particolare rivolgo il mio cordiale benvenuto a voi, stimati fratelli nell’Episcopato, al Padre Abate di S. Martino delle Scale, ai Ministri ordinati e alle Consacrate e ai Consacrati nelle tante forme che lo Spirito ha suscitato e continua a suscitare nella sua Chiesa.

Ancora una volta il Signore ci dona di rivivere in pienezza la ricchezza dei suoi doni. Il dono della vita, che procede dal suo amore: è proprio vero che, come si legge nella Scrittura, niente esisterebbe se Dio, amante della vita, non l’amasse (cfr Sap 11,24-26). Il dono dell’essere popolo di Dio. Cristo continuamente dona il suo Spirito, porta a compimento la sua promessa e il suo Testamento finale: «Ricevete lo Spirito Santo» (Gv 20,22), il Consolatore, la divina e viva Fiamma che fa ardere e unisce i cuori (cfr Gv14,26; At 2,2-4). Il suo Spirito – lo sappiamo – è sempre presente nella vita della Chiesa, nella vita di ogni battezzato, come anche di ogni donna e di ogni uomo di buona volontà.

Siamo qui in quanto donne e uomini dei segni. Siamo qui perché crediamo nella potenza dei segni sacramentali, nella loro efficacia, nella forza della loro povertà. Il segno dell’Olio è al centro della nostra Eucaristia. Per suo mezzo la vita di tutto il popolo di Dio è consacrata: siamo un popolo sacerdotale. Ma nell’Olio santo vengono unti anche quanti sono chiamati all’Ordine, al Sacramento che rende i chiamati ‘persone dei segni’, cristiani che presiedono, servendolo, al tesoro sacramentale della Chiesa. E che cosa sono i Sacramenti? Sono la presenza di Dio nella nostra esistenza, «manifestano e comunicano agli uomini […] il mistero della comunione del Dio Amore, uno in tre Persone» (CCC 4.11).

Stamattina ci è dato di soffermarci – per poi sentirla in tutta la sua pienezza di consolazione, di forza e di luce – sulla presenza che Dio ci vuole donare nei momenti cruciali della nostra esistenza: la nascita, la crescita, la maturità, la nuzialità, la fragilità del corpo e dello spirito, l’ora del nostro ritorno al Padre. La Chiesa ci dona i Sacramenti, nei quali ci incontra Cristo, il Crocifisso Risorto, – primo e sorgivo sacramento – che si accompagna a noi nei passaggi decisivi dell’esistenza. Il dono che oggi stiamo vivendo si colloca proprio dentro questo mistero dell’amore sacramentale che ci accompagna per tutta la vita e che sentiamo in modo particolare nei momenti che la segnano con cambiamenti determinanti e cruciali.

Oggi celebriamo dunque in primo luogo il dono dei Sacramenti che animano la vita del Popolo di Dio. E in particolare, in questa Messa Crismale, celebriamo il dono di coloro a cui – nei diversi gradi dell’Ordine – è stata affidata una particolare ‘diaconia dei Sacramenti’. È nel comprendere i Sacramenti propri dell’Ordine che noi ministri ritroviamo l’identità e la pienezza del servizio a cui Cristo ci ha chiamati.

La Parola di Dio proclamata ci dona il focus della celebrazione odierna. Siamo stati scelti come membri del popolo di Dio e come ministri dei Sacramenti. Chiamati a celebrare la presenza di Cristo nello Spirito in alcuni momenti cruciali della vita umana e della vita cristiana.

Innanzitutto, siamo stati scelti: «chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici che stessero con lui» (Mc 3,13-14). Scegliere è un termine prezioso e delicato. È affascinante, un onore, essere scelti. Ma ogni bellezza è sempre esposta al pericolo. Per noi ministri ordinati il pericolo di trasformare l’essere stati scelti per ‘servire gli altri’ nell’avere ‘potere sugli altri’. Marco precisa che Gesù «chiamò (προσκαλεῖται)» e «fece (ἐποίησεν)» i dodici. È lo stesso verbo – “fare” – che troviamo in Gv 13,15: «perché come ho fatto (ἐποίησα) io, facciate (ποιῆτε) anche voi»; e anche in Lc 22,19: «fate (ποιεῖτε) questo in memoria di me». In entrambi i casi, il contesto è quello dell’Eucaristia e della diaconia: amare fino a morire, abbassarsi fino a farsi schiavi.

Dunque l’esser stati “scelti”, “fatti” per grazia, non può legittimare mai il dominio sull’altro e la predazione dell’altro. Siamo stati scelti non per essere i primi, bensì gli ultimi. Non per comandare ma per servire (cfr Mt 20,28). Non siamo stati scelti per i nostri meriti. L’unico prescelto, per la sua assoluta dedizione nell’amore, è Lui, il Figlio diletto. Nessun altro. L’unico potere che ci è dato è quello di custodire quanti ci sono stati affidati, come S. Giuseppe: patris corde, con cuore di padre (cfr Francesco, Lettera Apostolica Patris Corde, 2020).

Il mistero di Colui che sceglie, ci chiede di convertirci alla logica del servizio e della gratuità. È in fondo la logica di Paolo: «Io infatti sono l’infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo» (1Cor 15,9). Papa Leone, nella Lettera Una fedeltà che genera futuro (8.12.2025), ha ricordato ai presbiteri che non si può realizzare la loro missione se nel loro cuore «la tentazione dell’autoreferenzialità non cede il passo alla logica dell’ascolto e del servizio».

È opportuno ricordare, nell’Ottavo Centenario della morte di Francesco d’Assisi, il racconto di Frate Masseo che chiede a Francesco: «Dico, perché a te tutto il mondo viene dirieto, e ogni persona pare che desideri di vederti e d’udirti e d’ubbidirti? Tu non se’ bello uomo del corpo, tu non se’ di grande scienza, tu non se’ nobile; onde dunque a te che tutto il mondo ti venga dietro?». E Francesco risponde: «Iddio […] non ha trovato più vile creatura sopra la terra; e perciò ha eletto me per confondere la nobiltà e la grandigia e la fortezza e bellezza e sapienza del mondo, acciò che si conosca ch’ogni virtù e ogni bene è da lui, e non dalla creatura» (Fioretti, 10, in FF 1838).

Oggi, in questa celebrazione di grazia, convertiamoci nuovamente alla gratuità dell’essere stati scelti. Purifichiamoci dal pensiero di essere speciali, privilegiati. Se non lo facciamo noi, sarà la vita a farlo per noi, con fallimenti e delusioni.

Siamo stati scelti dall’Unto e unti dallo Spirito con l’olio della letizia. Unti dall’olio della forza perché siamo deboli, unti con l’olio affinché diffondiamo il profumo dello Spirito a tutti coloro che ci incontrano e ci sono vicini. L’unzione ci renda ogni giorno più capaci di prenderci cura dei fratelli. La nostra missione è racchiusa infatti proprio nei Sacramenti legati all’Ordine, nei suoi tre gradi. Nel diaconato, la diaconia dei poveri e dell’annuncio del Vangelo. Nel presbiterato, la diaconia dell’Eucaristia, della Riconciliazione e dell’Unzione degli infermi. Nell’episcopato, la diaconia della crismazione e dell’unità nella garanzia dell’apostolicità della fede pasquale da cui tutto proviene, sorgente ultima di ogni atto sacramentale.

Rigustiamo ancora una volta – come nel giorno della nostra ordinazione – il Prefazio dell’Ordine: «In Cristo tuo Figlio, eterno sacerdote, servo obbediente, pastore dei pastori, hai posto la sorgente di ogni ministero nella vivente tradizione apostolica del tuo popolo pellegrinante nel tempo. Con la varietà dei doni e dei carismi tu scegli e costituisci i dispensatori dei santi misteri, perché in ogni parte della terra sia offerto il sacrificio perfetto e con la Parola e i Sacramenti si edifichi la Chiesa, comunità della nuova alleanza, tempio della tua lode» (Messale Romano).

Offrire il sacrificio perfetto: Parola e Pane.  Donare il Pane e la Parola.  Il pane che nutre l’antica e sempre nuova fame dell’uomo. Il pane che viene diviso e proprio per questo non divide ma crea comunione. La Parola che è luce per il cuore e fa scoprire il senso della nostra esistenza, del nostro vivere, amare, soffrire e tornare al Padre.  Il suo Pane e le sue Parole.  Nel suo Testamento Francesco d’Assisi, parlando proprio dei presbiteri, scrive: «E faccio questo perché, dello stesso altissimo Figlio di Dio nient’altro vedo corporalmente, in questo mondo, se non il santissimo corpo e il santissimo sangue che essi ricevono ad essi soli amministrano agli altri» (FF 113). Ecco il grande dono: rendere presente Cristo e custodire la sua Sposa. L’Eucaristia, talamo tra Cristo sposo e la Chiesa sposa, mensa donata dal Figlio per la comunione del Padre con gli uomini, lievito di fraternità. Nutrire e creare comunione. Nutrire il popolo di Dio con il Pane e la Parola nella condivisione ecclesiale.

Il Sacramento della Riconciliazione. Ministero delicato, prezioso per ricostruire la comunione quando viene ferita. «A chi perdonerete i peccati, saranno perdonati» (Gv 20,23). Accogliere le fragilità dei fratelli e delle sorelle con la comprensione e la misericordia del padre. Il peccato è la morte che entra nel cuore, nelle relazioni, in ogni vivere insieme. L’uomo è fragile e spesso la colpa blocca la crescita. Lo sappiamo, lo celebriamo questo Sacramento: il dono del perdono ricrea nel cuore la novità di una relazione rigeneratrice con Dio e con il prossimo. Alla luce della Parola sappiamo come ogni peccato perdonato apre ad una missione: «Signore, allontanati da me che sono un peccatore. Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini» (Lc 5,8.10). Donare il perdono e donare la consolazione. È lo Spirito stesso a darci le parole di consolazione.  D. Bonhoeffer in Vita comune ha una pagina preziosa, allorché parla della differenza nella comunità tra «relazione spirituale» (nello Spirito di Cristo) e «relazione psichica»: «Dalla misericordia di Dio verso di noi abbiamo potuto apprendere la misericordia nei confronti dei nostri fratelli. Nel ricevere perdono, anziché incorrere nel giudizio, siamo stati resi pronti al perdono dei fratelli. Ciò che Dio ha fatto per noi, ora lo dobbiamo ai fratelli. La nostra capacità di dare è proporzionale a quanto abbiamo ricevuto; tanto più povero risulta il nostro amore per i fratelli, tanto meno evidentemente siamo vissuti della misericordia e dell’amore di Dio».

L’unzione degli infermi. Pensiamo alla malattia, all’infermità del corpo e dell’anima. Pensiamo agli ammalati tutti, anche nel loro rifiuto e nella loro disperazione, nel grido che dobbiamo ascoltare. Oggi il Sacramento dell’Unzione degli infermi si deve misurare con malattie terminali, immunitarie, degenerative. Una rinnovata pastorale del Sacramento viene richiesta da questi luoghi in cui il dolore e lo smarrimento rischiano di travolgere l’umano nel momento della sua fragilità estrema. Il Sacramento dell’Unzione dona di vivere la sofferenza in pace. «Beati quelli ke ‘l sosterrano in pace» (FF 263), scrive Francesco nel Cantico delle Creature. Sapere e credere che Dio non abbandona. Essere vicino all’ammalato. Dare perdono e significato a ogni vita sotto lo sguardo del Padre, grazie all’unzione dell’Olio. Aiutare ad alzare lo sguardo al Crocifisso e ritrovare in quello sguardo la vita che ritorna il respiro a Dio.

Ciò vale anche per la Cresima. Ai Vescovi, ma anche ai Presbiteri che ne ricevono il mandato, è dato il dono dell’unzione del Crisma nel Sacramento della Confermazione. In un tempo in cui i riti d’iniziazione assumono mode superficiali e consumiste, ritrovare nella Cresima la certezza che lo Spirito Santo – che nel Battesimo ci ha fatto sperimentare l’essere figli amati –, trasforma i nostri cuori e ci rende, a nostra volta, capaci di amare. È il Sacramento che opera nella vita del cristiano la grande svolta: ad una vita ‘pro-esistenziale’, messianica, cristica. A vivere la corresponsabilità nella comunità messianica. L’Olio che invia nel mondo come testimoni del Messia. Capaci di   parole belle e di gesti di compassione e di cura come i suoi.

Nel donarci i Sacramenti Cristo aveva davanti il cammino dell’uomo: la gioia e il dolore, il ricevere e il dare, l’amare e il donare, il generare e il nutrire, le attese e le delusioni. Questo significa che ad essere accolta è l’intera esistenza umana, tutta la vita.

Per questo, come riconosciamo i segni della Chiesa, siamo chiamati a riconoscere i segni della storia. La storia è per noi un ‘sacramento’, perché in essa agiscono i segni di una misteriosa presenza di Dio, di una sua chiamata rivolta a tutti i credenti nel Vangelo del Regno. Se i Sacramenti ci danno il senso del nostro ministero, l’ascolto dei segni dei tempi ci fa comprendere quale seme della Parola è stato trascurato o dimenticato, così da esercitare nel mondo la profezia della speranza (cfr. Giovanni XXIII, Allocuzione Gaudet Mater Ecclesia, 11 ottobre 1962).

Ma cosa ci dice il mondo di oggi? Quali sono i suoi segni? Sono segni viventi e parlanti, sono le vite e i corpi delle donne e degli uomini che sperano, soffrono, vivono e muoiono nell’agone del mondo. Nel novero di questi segni, alcuni oggi ci appaiono chiari e ci interpellano.

I corpi e le vite dei giovani. I nostri giovani hanno una manifesta voglia di cambiare lo status quo. È il loro compito: non deludiamoli! Non zittiamoli! Diamo loro voce e sostegno. Facciamoci interpellare dal bisogno dei giovani di sentirci vicini. Sintonizziamoci con il gemito dello Spirito in loro. Mi hanno colpito le parole che una studentessa siciliana, Paola Bonomo, ha pronunciato all’inaugurazione dell’Anno Accademico dell’Università di Padova come nuova presidente del Consiglio degli studenti. Un discorso forte in cui ha espresso l’anelito di tutta la sua generazione: «Studiamo, mentre la guerra torna a occupare il centro del presente e il riarmo viene proposto come unica soluzione possibile. […] La forza si impone come strumento risolutivo e il diritto internazionale viene trattato come un ostacolo da aggirare quando intralcia gli interessi dei potenti. Studiamo mentre ci abituiamo all’idea che interi popoli possano essere cancellati sotto i nostri occhi, che intere città possano essere distrutte in diretta, e che perfino di fronte al genocidio a Gaza ci vengano chiesti compostezza e neutralità. […] Ci sentiamo fragili, a volte, perché la solitudine può soffocare, togliere il respiro, può uccidere. Abbiamo ereditato individualismo e competizione e non siamo ancora riusciti a scrollarceli di dosso […]. La strada […] comincia dal guardarci tra noi, e dal mostrarci per ciò che siamo davvero. Perché io, in questi mesi, ho visto […] una generazione che non si è ritirata nel privato, che non ha accettato di restare spettatrice. […] Noi giovani di cui parlate oggi non siamo comparsi all’improvviso. Esistevamo anche prima. Solo che troppo spesso avete scelto di non vederci».

Amati fratelli presbiteri e diaconi, sorelle e fratelli tutti, ascoltiamo questo appello, leggiamo questo segno!

I corpi dei giovani, i corpi dei poveri. Corpi e vite che alzano la loro voce davanti a un mondo che sembra aver scelto la crudeltà e la disumanità come cifra della storia. I corpi dei 19 migranti morti al largo di Lampedusa e i 18 nel mar Egeo di questi giorni. Restiamo accanto, con coraggio e con determinazione! Restiamo accanto a quanti sono schiacciati, oltraggiati e distrutti da eventi implacabili, da guerre senza senso. Accompagniamo i poveri sulla via della giustizia. Perché solo con loro, accanto a loro siamo dalla parte giusta della storia, la parte del Regno, la parte delle Beatitudini.

I corpi dei popoli in guerra levano in particolare il loro grido. Per noi, fratelli nel Ministero ordinato, per le nostre comunità discepolari, è il grido stesso della creazione che geme e soffre nelle doglie del parto (cfr Rm 8,18-24). Facciamoci voce di chi non ha voce. Esercitiamo il nostro sacerdozio profetico, alziamo senza timore la nostra voce dinanzi a chi vuole riportare indietro le lancette della storia, cancellando ottant’anni di organismi sovranazionali, di diritto internazionale, per dire che solo la violenza e la forza sono la legge del mondo. Non prendiamo sottogamba la sfrontatezza con cui questo principio viene teorizzato e imposto oggi, senza veli, senza pudore. Oggi uomini potenti, crudeli, dis-umani, lo enunciano come l’unica verità, perché vogliono cancellare dalle coscienze e dalle vite l’anelito stesso alla giustizia e alla pace. Noi, discepoli del Principe della Pace, non possiamo consentirlo!

Gli uomini del male, della mafia e della guerra, i fabbricanti di armi, gli imprenditori dell’industria della droga e coloro che li sostengono, sono oggi la nostra spina nel fianco, rappresentano i segni della crisi apocalittica. Dinanzi a questo segno lancinante apriamo sentieri di conversione e di pace!

Solo chi vede il mondo con gli occhi di un bambino e di un genitore, e così agisce e decide, costui dovrebbe governare, per garantire, a ogni uomo e a ogni donna, il pane, la dignità del lavoro, la tenerezza dell’amore.

Certo, qualcuno potrebbe dire: ma questo è un sogno, un’utopia impossibile, tutto oggi va contro queste parole e queste speranze. Ma noi non abbiano altra parola se non quella che è appena risuonata tra noi, folle e toccante, la parola di Gesù nella sinagoga di Nazareth: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore. Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”» (Lc 4,18-21).

Che essa si compia nei nostri cuori e nelle nostre esistenze. Affidiamoci a Colei che ha dato al mondo e alla storia il corpo del Verbo fatto uomo e che è rimasta fedele presso la Croce. A Colei che ci ha dato Gesù che «aveva occhi di Messia e viscere di donna» (A. Casati, Da Gerasa, racconto di un indemoniato, 78).