Il conflitto fecondo tra i due papi

La Chiesa in prima pagina

Chi lo dice che la Chiesa ormai non interessa più a nessuno? Proprio in questi giorni, le prime pagine dei quotidiani sono state dominate da titoli che proprio di essa parlavano. Naturalmente con stili diversi, che riflettono la diversa serietà delle rispettive testate. Si va, così dallo scandalismo di giornali come «Il Tempo», (13 gennaio), che parla di due papi che “se le danno” o come «La Verità» (15 gennaio), che grida al tentativo di “imbavagliare” il papa emerito, alla più sobria enunciazione del problema offerta da «La Stampa» (14 gennaio), per arrivare, infine, a quello che campeggia su «La Repubblica» (16 gennaio), in cui addirittura si dà la parola al papa, intervistato da Eugenio Scalfari, dove il sommario rende l’idea di un problema ormai risolto.

“Destra” e “sinistra” in campo

Al di là della questione del buon gusto e della correttezza nel dare un’informazione, è evidente che l’intento dei quotidiani che vengono solitamente definiti “di destra” è stato di enfatizzare il conflitto tra il papa in carica e quello emerito, con una forte tendenza a presentare il secondo nei panni di una vittima del primo, mentre, all’estremo opposto, un giornale solitamente considerato “di sinistra”, come «Repubblica», lo ha ridimensionato.

È il paradosso che sta caratterizzando questo pontificato. Il mondo cattolico vede una sua importante componente, legata alla destra politica, in aperta rottura con papa Francesco, mentre fuori di esso, tra quanti non si riconoscono nella Chiesa istituzionale, e che sono spesso legati alla sinistra, egli suscita simpatia e solidarietà.

Il piano religioso e quello politico si trovano, su entrambi i fronti, intimamente legati e a volte addirittura confusi. Anche per la chiara difesa, da parte di Bergoglio, dei diritti dei migranti in quanto esseri umani, bisognosi di aiuto e di accoglienza. Una difesa fatta in nome dei princìpi evangelici, ma considerata da molti suoi critici una indebita intromissione nella sfera politica.

A questo ha corrisposto la forte accentuazione religiosa data al suo impegno politico dalla Lega, fin dal suo nascere, accentuazione oggi ribadita e rafforzata dal suo attuale leader, che non ha nascosto l’intenzione di interpretare i sentimenti dei credenti meglio della gerarchia ecclesiastica (i “vescovoni”) e soprattutto di papa Francesco, il cui nome è stato apertamente fischiato (come mai era avvenuto nei confronti di un pontefice), in piazza del Duomo, a Milano, dalle folle leghiste.

Il papa emerito e il suo ruolo

In questo quadro, il ruolo del papa emerito è apparso fin dall’inizio delicatissimo. A lui si sono rivolti con grande insistenza gli oppositori – religiosi e politici – di Bergoglio, negando il valore giuridico delle sue dimissioni e conseguentemente della elezione di papa Francesco. In realtà Ratzinger ha mantenuto in questi anni una costante distanza da questi inviti a “prendere posizione”. L’unico caso in cui ha parlato è stato nell’aprile scorso, pubblicando un articolo in cui esponeva la sua spiegazione del fenomeno degli abusi sessuali dentro la Chiesa. La diversità del suo punto di vista da quello del successore, in materia di teologia morale, era abbastanza evidente, tra le righe, ma non prendeva mai la forma di una critica.

I fatti

È in questo quadro che si situa la vicenda di questi giorni. Può essere utile ricordare lo svolgimento dei fatti. Il 13 gennaio scorso si diffonde la notizia che sta pere uscire in Francia un libro del card. Sarah, Prefetto della Congregazione per il culto, noto per le sue posizioni “conservatrici” (il termine è inadeguato, quando si parla di problemi teologici, ma non ne trovo altri), scritto insieme al papa emerito Benedetto XVI e firmato da entrambi. Nel libro Benedetto avrebbe espresso la sua netta opposizione ad ogni riforma che metta in dubbio il celibato dei preti, anticipando così – e ovviamente condizionando – la pronunzia che su questo tema dovrebbe venire a breve da papa Francesco in risposta alle esplicite richieste fatte nel Sinodo per l’Amazzonia.

In serata si diffondono voci, filtrate dalla residenza di Benedetto, che escludono che questi abbia mai scritto un libro a quattro mani col card. Sarah, il quale però, a sua volta, rende note delle lettere in cui Ratzinger dava il proprio benestare alla pubblicazione di alcune sue pagine nel libro.

Arriva poi la dichiarazione ufficiale di monsignor Georg Gänsweinprefetto della Casa Pontificia e segretario particolare del papa emerito, che definisce la vicenda frutto di «un malinteso» e chiede, a nome di Benedetto, il ritiro della firma dalla copertina del libro e dalle sue conclusioni: «Posso confermare che questa mattina su indicazione del Papa emerito ho chiesto al cardinale Robert Sarah di contattare gli editori del libro pregandoli di togliere il nome di Benedetto XVI come coautore del libro stesso e di togliere anche la sua firma dall’introduzione e dalle conclusioni».

Una spiegazione plausibile del “pasticcio”

La spiegazione più plausibile di questo “pasticcio” è che Ratzinger abbia veramente dato un suo testo al card. Sarah perché lo pubblicasse sul suo libro, ma non pensasse che questo contributo di poche pagine potesse dar luogo a una co-intestazione dell’opera, conferendogli il rilievo di una presa di posizione pubblica. Quando, dalle reazioni che stava suscitando la pubblicazione del libro, se ne è reso conto, ha capito che si stava configurando un contrasto con il papa in carica, a cui Benedetto ha sempre manifestato la propria assoluta fedeltà, e che una sua iniziativa, sicuramente incauta ma priva di secondi fini, rischiava di essere strumentalizzata da coloro che ormai da molto tempo cercano di cucirgli addosso l’abito del “vero papa” contro quello “falso”, che sarebbe Bergoglio. Da qui la precipitosa “marcia indietro” o, nel migliore delle ipotesi, la “precisazione” da parte di Ratzinger.

Una giravolta certamente discutibile, dal punto di vista dell’eleganza, e che lascia diversi punti interrogativi in sospeso su aspetti particolari, ma che ha sicuramente il valore di una netta smentita nei confronti di tutti i tentativi di arruolare il papa emerito nel ruolo di anti-Francesco.

Un film che può servire a capire

Nessun “bavaglio”, dunque, ma una scelta responsabile del papa emerito. Una interpretazione corretta di essa potrebbe venire, a mio avviso, utilizzando come chiave di lettura un bel film del regista brasiliano Fernando Meirelles, «I due papi» (2019), dove due grandi attori come Antony Hopkins e Jonathan Price (rispettivamente papa Ratzinger e il cardinale Bergoglio) vengono messi a confronto, in un incontro nella realtà mai avvenuto, ma del tutto plausibile spiritualmente e artisticamente, nell’ultima fase del pontificato di Benedetto XVI.

Il film non minimizza il profondo conflitto tra i caratteri, e soprattutto tra i punti di vista di queste due personalità. Ma fornisce un magnifico esempio di come il conflitto non implichi una guerra senza quartiere, volta a distruggere l’altro, bensì possa costituire un’occasione preziosa per conoscersi meglio e capirsi, pur nelle diversità.

Nessuno va demonizzato

Così, contrariamente a quello che oggi molti sostenitori dell’uno o dell’altro papa pensano e dicono, emerge da questo difficile tentativo di scambio di venute un quadro senza “cattivi” e senza “buoni”, in cui le ragioni dell’uno e quelle dell’altro appaiono tutt’altro che cecità (in Benedetto) o avventurismo (in Bergoglio) e mostrano i loro aspetti di validità.

Il che non significa che non si debbano fare delle scelte, come, nel film, fa Benedetto XVI affidando moralmente la guida della Chiesa, dopo di lui, a un uomo come Bergoglio, del tutto diverso da lui. Ma non è una resa. È un atto di fiducia nello Spirito, che chiede di leggere senza chiusure i segni dei empi e di sperare nel futuro, invece di arroccarsi nel passato. Perciò i due personaggi, nel film possono rispettarsi a vicenda, anzi perfino guardarsi con simpatia. Come è avvenuto nella realtà in questi anni, in cui i “due papi”, sicuramente in conflitto, hanno sempre manifestato cordialmente la loro profonda stima reciproca.

Se proviamo ad applicare a ciò che è accaduto questa lezione – il film di Meirelles ha una saggezza che trascende i confini dell’invenzione artistica –comprendiamo che non ha senso né misconoscere il disaccordo del papa emerito rispetto alla linea del suo successore, né farne l’oppositore pronto a guidare la rivolta contro di lui. La Chiesa ha bisogno di entrambi, ma ognuno nel suo ruolo. In un frammento dell’antico filosofo Eraclito si legge che «l’armonia nascosta è migliore di quella che appare». La diversità non va demonizzata nemmeno dentro la Chiesa. Se viene vissuta con rispetto reciproco e umiltà, essa è la forza che le permette di crescere nel tempo.
www.tuttavia.eu