27 aprile 2026 CS --49/26

I Anniversario della morte dei tre ragazzi a Monreale Chiesa della Collegiata, 27 aprile 2026 – Omelia dell’Arcivescovo di Palermo Mons. Corrado Lorefice

I Anniversario della morte dei tre ragazzi a Monreale

Chiesa della Collegiata, 27 aprile 2026

 

Omelia dell’Arcivescovo di Palermo Mons. Corrado Lorefice

 

Questo pomeriggio alle ore 18.30 la Chiesa della Collegiata di Monreale, nella Novena del SS. Crocifisso, accoglierà una Concelebrazione Eucaristica in ricordo di Salvatore Turdo, Massimo Pirozzo e Andrea Miceli, uccisi lo scorso anno. L’Arcivescovo di Monreale Mons. Gualtieri Isacchi ha chiesto all’Arcivescovo di Palermo Mons. Corrado Lorefice di presiedere la liturgia. Di seguito, l’omelia che sarà pronunciata:

 

Chiesa della Collegiata, Novena della Festa del Santissimo Crocifisso

Monreale 27 aprile 2026

 

Ri-cor-diamo Massimo Pirozzo, Andrea Miceli e Salvo Turdo

nel primo Anniversario della loro uccisione

 

Sorelle e Fratelli carissimi,

caro Fratello Vescovo Gualtiero, Araldo del Vangelo della nobile Chiesa monrealese, Fratelli nel presbiterato, Sorelle e Fratelli consacrati al servizio di Dio, sono profondamente lieto e grato di poter condividere stasera questa Eucaristia con voi, di celebrarla con voi e per voi. Rendo grazie al Signore per questo dono.

Ecco, siamo qui insieme, stasera, non per il ricordo formale di un evento tra gli altri. Essere qui oggi, davanti a Dio e sotto la sua Parola, significa per noi assumere una responsabilità, consentire a una chiamata. È la chiamata dei cristiani a partecipare in pienezza alla vicenda del mondo, a immergersi senza sconti nella storia. Da seguaci del Signore Gesù, da figli del Dio che Egli ha chiamato Padre, da compagni dell’Apostolo Pietro, spinto da Dio a non rifiutare nulla di ciò che è umano, di ciò che è uscito dalle mani del suo Creatore: «Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo profano» (At 11,9).

Noi discepoli del Signore Crocifisso e risorto, siamo chiamati a sposarla questa storia, a farla nostra in tutti i suoi risvolti, i suoi anfratti, le sue enormi miserie, i suoi squarci di luce. Ciò che risplende di bellezza e bontà è ‘nostro’, in Gesù di Nazareth, quanto il turpe, il brutto, l’assurdo e l’ingiustificabile del nostro vissuto collettivo, del cammino stesso dell’umanità.

È a questa assurdità, a questa bruttezza innominabile, che appartengono le morti terribili, agghiaccianti, di Massimo Pirozzo, Andrea Miceli e Salvo Turdo. L’inspiegabile della loro fine, lo scandalo del loro assassinio, è ancora nei nostri occhi e nei nostri cuori, come se non fosse passato un anno. Come se tutto fosse successo ieri. Noi patiamo nel nostro corpo, nel corpo della nostra comunità, della nostra città, [patiamo] il dolore di quel che è avvenuto. E questo ci accade, ci tocca, in virtù della Croce di Cristo, della sua vita e della sua morte.

Oggi, infatti, preparandoci alla Festa del Santissimo Crocifisso, nel IV Centenario, dobbiamo iniziare da questa consapevolezza. Cristo si fa inchiodare sulla croce, si lega al male del mondo, al dolore del mondo. Ognuno di noi è inchiodato a una croce di dolore, di ingiustizia. E la nostra terra – la terra di Monreale, la terra di Palermo, – è inchiodata allo strazio della morte e all’infinito dolore delle famiglie di Massimo, Andrea e Salvo – e anche a quelle di Paolo Taormina e di Sara Campanella –, alla ferita mortale degli uccisi e degli uccisori. Ecco, Sorelle e Fratelli miei, ovunque io giri lo sguardo oggi, è la Croce di Cristo che domina.

È così se alzo lo sguardo sul mondo, che è la nostra ‘Casa comune’. Vedo guerre che perpetuano l’antico inesauribile ciclo di violenza e di morte. Chi uccide – lo ripeto ancora una volta, e penso al magistero di Papa Francesco e di Papa Leone XIV – [chi uccide] ha un Alzheimer del cuore: chiude gli occhi e non vede che sta uccidendo il proprio simile. Da Caino ad Abele sono cambiate le armi, ma il peccato è sempre quello: inchiodare l’altro sulla croce e inchiodare chi lo ama ai piedi della Croce.

È così se alzo lo sguardo sul nostro Paese, dove si ripete ogni giorno il male inesprimibile di tante morti, di donne, uomini e bambini senza volto e senza nome inghiottiti dal mare della nostra indifferenza, prima che dal Mediterraneo. Il nostro Paese dove la vita e il diritto dei più deboli vengono ignorati e calpestati.

È così se guardo alla nostra Sicilia, al tarlo che la rode: della mafia che opprime; della violenza che dilaga e sconvolge; della droga che annichila, semina disperazione e uccide; della dignità umana conculcata e del lavoro negato.

Dinanzi allo scandalo delle esistenze calpestate, delle morti spietate e insensate, risuona al contempo ai miei orecchi la parola di Dio: «Ho ascoltato il grido del mio popolo» (Es 3,7). Urla chi soffre, urla chi uccide. E queste urla risuonano nel corpo e nel grido di Cristo, spogliato e inchiodato sulla croce (cfr Mt 27,50). È l’esperienza dell’orante dei Salmi: «Contro di me sussurrano insieme i miei nemici, contro di me pensano il male. Un branco di cani mi circonda, mi assedia una banda di malvagi; hanno forato le mie mani e i miei piedi» (Sal 40,8; 21,17).

Il demone del male non lascia il mondo. Imperversa. Eppure, in quel drammatico venerdì del 30 d.C., alla croce si è fatto inchiodare non un malfattore, bensì il Giusto, l’Innocente. Colui che mai aveva usato violenza è stato inchiodato dalla violenza. Perché? La risposta ce la dà lui stesso: «Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde» (Gv 10,12). Ogni uomo deve scegliere tra il male e il bene, tra l’essere il mercenario che rapisce o l’hò poimèn hò kalòs, il pastore bello, il pastore buono, che custodisce. Soprattutto se porta il nome di Cristo. Se onora il Santissimo Crocifisso.

Oggi, purtroppo, lo sappiamo, i mercenari proliferano. Si camuffano nei posti più impensati, si insinuano anche nelle Istituzioni, hanno il volto dei grandi del mondo, penetrano finanche nella Chiesa, circuiscono e ingannano i nostri giovani, deludono le loro speranze e i loro sogni, con un insegnamento falso. I mercenari non hanno a cuore la vita delle loro pecore, delle pecore che sono in tutto il mondo. I mercenari sono i cattivi maestri disseminati in ogni strada. Così le città, le nostre città, nuclei e simboli dell’umano più vivido, diventano luoghi del male, di violenza, di idolatria. Perché il mercenario produce croci, crocifigge. Sfregia i crocifissi. Chi fa violenza, chi fa la guerra, chi la sostiene, chi opprime il prossimo è nel regno del male. Ha solo voglia di uccidere e di far piangere i vivi che rimangono.

Nel Credo noi proclamiamo che Gesù discese agli inferi (Simbolo degli Apostoli; cfr 1Pt 3,19). Si immerse nella distanza assoluta e nel dolore. Conobbe il pianto. Ma rivoluzionò il mondo. Si lasciò inchiodare su una croce per caricarsi Lui di tutte le croci. E per riscattarle. Come le riscatta, come ci riscatta? Fidandosi del Padre («Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito»: Lc 23,46), perdonando gli uccisori («Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno»: Lc 23,34), spalancando le braccia per abbracciare tutti i peccatori, tutti i lontani. Le sue braccia sono state spalancate per poterlo inchiodare e Lui è rimasto con le braccia aperte per abbracciare tutti.

La croce temuta e maledetta dai Romani come crudelissimo, infamante e ripugnante supplizio («summum supplicium»: Cicerone) degli ultimi della storia, in Lui, con Lui e per Lui è stata elevata a segno di speranza, di liberazione dal dolore e dal peccato, da ogni dolore e da ogni peccato. Misura estrema di un amore più grande (cfr Gv 15,13). Egli continua a presentarsi così: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore (Gv 10,11.16)».

Sorelle e Fratelli, Cristo, il Fratello maggiore, custode delle nostre anime, è colui che pur di salvare noi, dà la sua vita. Egli ci salva donando (consegnando!) il suo Spirito di amore: al Padre e ai fratelli (cfr Lc 23,46; Gv 19,30).

Cristo è il Pastore bello e buono, che continuamente ci parla. Torniamo ad insegnare ai nostri giovani il gusto della bellezza che rigenera: è la bellezza di un incontro vero, di un sorriso gentile, di un volto piangente, di un volto che ama; la bellezza della luna nel cielo notturno, della campagna assolata; la bellezza dell’Annunciata di Palermo (Antonello da Messina), de L’Infinito (Giacomo Leopardi), la bellezza di tutti i piccoli, di tutti i bambini. Di tutte le mamme che portano nel loro grembo la vita. Chiunque ha il gusto della bellezza vera non sa cosa sia la violenza, l’aggressione. Sì, amare la vita per non uccidere la vita. Perché la vita – anche nelle difficoltà, anche nelle fatiche – è bella.

Cristo è il Pastore bello che ci chiama per nome. Se i nostri giovani imparano il silenzio, l’ascolto di sé stessi, sentiranno la voce del Signore che nell’«intimo più intimo» («interior intimo meo»: Confessioni III, 6.11) del nostro cuore chiama per nome. Papa Leone XIV nel Messaggio per questa 63ª GMPV ha ribadito «l’importanza della cura dell’interiorità come spazio di relazione con Gesù, come via per sperimentare la bellezza e la bontà di Dio nella propria vita».

Torniamo ai piedi della Croce. Quella croce a cui sono appesi il buono e il malfattore. Impariamo dal buon ladrone a riconoscere in ogni vivente il Signore, anche nell’umanità indifesa, lebbrosa, peccatrice e ferita.

Guardiamo la Croce, contempliamo il Santissimo Crocifisso: e vediamo Lei, la Madre Addolorata. Quella che consola le madri e i padri dei figli uccisi. Stringiamoci a lei. Gesù ci ha dato il dono più bello che ha avuto sulla terra: sua Madre. Consegniamoci a lei. Distrutti dal dolore e dal peccato, accogliamo il suo abbraccio. Ai piedi di ogni croce c’è lei che ci insegna – come ogni madre – ad amare il fratello, a consolare il ferito, ad avere compassione dello smarrito.

Oggi la croce di Cristo è l’unica speranza, per ogni uomo e per ogni donna. In questi giorni a Monreale festeggiamo il ‘Padre delle Grazie’ che, inchiodato alla croce, schioda noi dalla disperazione, dalla falsa felicità, dalla violenza. È morto in croce perché noi apriamo gli occhi. Perché nessuno muoia per mano della violenza, perché nessuno cresca solo, nessuno sia abbandonato, nessuno sia calpestato. Nessuno cada in preda dell’idolo del proprio ‘io’, del narcisismo, o dei falsi idoli della forza ostentata e predatoria, del possedere, del piacere sfrenato che riduce ad oggetto l’altro, l’altra. Gesù liberamente si è lasciato inchiodare sulla Croce perché noi possiamo essere schiodati da ogni croce e vivere la nostra vita con un cuore pieno di bellezza, di bontà e d’amore.

Cari giovani, mi rivolgo a voi adesso, in chiusura, voi che da sempre siete nel cuore dei vostri Vescovi Gualtiero e Corrado: volete essere felici, volete riuscire nella vita? Guardate e seguite Cristo, il Santissimo Crocifisso. Non solo per la sua Festa. Ma sempre, ogni giorno. Contemplatelo. Fatelo vivere in voi. Nella vostra vita. Nelle vostre scelte. Nel vostro modo di pensare. Andatelo a trovare di domenica in domenica nelle vostre comunità parrocchiali dove continua a donare il suo corpo per noi tutti. Ascoltate la sua voce nei Vangeli. Guardate la storia. Milioni di persone hanno creduto in Lui. E voi non troverete mai uno che ha seguito Cristo e si sia sentito fallito, infelice. Stiamo con Cristo. Saremo dalla parte della gioia piena, della vita in abbondanza. Saremo testimoni di vita e di speranza. Mai dalla parte della violenza e della morte. Mai dalla parte del peccato ma della misericordia e dell’amore. Fedeli al testamento di Gesù: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati.  Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,12-13).

Sergej Nikolaevič Bulgakov, nel suo diario spirituale, intitolato Sulla corda del silenzio, il 4 giugno del 1925, annotava: «Bisogna che il Vangelo quotidiano da te tenuto in venerazione si manifesti come un avvenimento nella tua vita, come se si fosse compiuto anche in tua presenza e con la tua partecipazione. Infatti, anche per questo è fatto il santo Vangelo, perché tutti coloro che credono, e non solo i prescelti da Lui che si trovavano con Cristo, vedano i Suoi giorni terreni e partecipino emotivamente a essi. Quindi vedi con gli occhi, non come un racconto di un qualcosa che c’è stato con altri, ma come un fatto che si è compiuto oggi con te».

Signore, «manda la tua luce e la tua verità: siano esse a guidarci» (Sal 42,3).