17 aprile 2026 CS --45/26

Facoltà Teologica di Sicilia “S. Giovanni Evangelista”, Palermo 17 aprile 2026 – L’impegno dei cattolici in politica tra crisi dei partiti e pluralismo culturale: Introduzione di Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo di Palermo e Gran Cancelliere della Facoltà

Il magistero sociale dei testimoni:

il contributo innovativo di Piersanti Mattarella

 

Facoltà Teologica di Sicilia “S. Giovanni Evangelista”

Palermo, 17 aprile 2026

 

L’impegno dei cattolici in politica tra crisi dei partiti e pluralismo culturale

Introduzione di Mons. Corrado Lorefice,

Arcivescovo di Palermo e Gran Cancelliere della Facoltà

 

Care Amiche, Cari Amici, benvenute, benvenuti.

Rivolgo anzitutto un saluto grato e affettuoso al Signor Presidente della Repubblica Italiana, che stasera ci onora della Sua presenza; a Lei, On. Sergio Mattarella che – in questo tempo così difficile e travagliato per la nostra Nazione e per l’intera ‘Casa comune’ travolta da guerre devastanti volute, per smania di dominio e a dispetto del Diritto Internazionale, da chi pretende di  esercitare il potere sul mondo –, rimane fulgido e stabile punto di riferimento a garanzia degli alti e inviolabili valori sanciti dalla nostra Carta costituzionale e dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Saluto, altresì, Sua Eccellenza il Prefetto e tutti voi Servitori delle Istituzioni Civili, Militari e Accademiche che oggi prendete parte a questo spazio di riflessione e di condivisione così significativo. Un momento nel quale la figura e l’opera dell’On. Piersanti Mattarella, Presidente della Regione Sicilia, barbaramente assassinato dalla mafia il 6 gennaio 1980, diventano fonte di ispirazione per una considerazione più ampia sul senso della presenza dei cristiani nella polis in un tempo – come il nostro – di crisi dei partiti e di pluralismo culturale. Gli interventi dei docenti, dei magistrati e dei giornalisti che ora ascolteremo – mentre li ringrazio di cuore –, ci aiuteranno a focalizzare, nel contesto della vicenda umana, storica e politica di Piersanti Mattarella, il senso profondo e l’attualità del suo alto magistero sociale suggellato dalla testimonianza martiriale. Mi limito perciò a qualche breve considerazione generale.

L’assassinio di Piersanti Mattarella rappresenta una delle punte più alte di contrapposizione frontale tra il sistema mafioso – nelle sue propaggini politiche, sociali ed economiche – e la Repubblica italiana nelle sue istituzioni più sensibili, due anni dopo l’uccisione di Aldo Moro per mano delle Brigate Rosse. Ecco, come tutti sapete, proprio nello stesso giorno della morte di Moro, il 9 maggio 1978, la mafia uccide a Cinisi Peppino Impastato, intrepido oppositore di Gaetano Badalamenti e della sua cosca mafiosa. Ed è da lì che voglio partire, anzi dalla sera dopo, da quel 10 maggio 1978 in cui si chiude a Cinisi anche la campagna elettorale di Piersanti Mattarella in vista delle elezioni regionali. Nella piazza principale del paese, Piazza Vittorio Emanuele Orlando, Mattarella pronuncia un discorso diretto e senza giri di parole contro la mafia. Un discorso duro, forte, per molti inatteso. Un discorso dall’enorme valore simbolico. Non abbiamo in mano trascrizioni puntuali di quell’intervento, ma l’ex sindaco di Cinisi, Stefano Impastato, collaboratore di Mattarella, nella sua deposizione al processo contro Michele Greco, il cosiddetto ‘papa’ di Cosa nostra, ce ne ha lasciato un ricordo vivido. Impastato racconta infatti che al suo arrivo a Cinisi, quella sera, Mattarella gli rivela subito di aver telefonato al Prefetto, perché non è assolutamente convinto della tesi dell’attentato, messa in giro da pezzi deviati delle Istituzioni per non attribuire alla mafia e a Badalamenti la responsabilità della morte di Peppino. Poi l’On. Mattarella sale sul palco e denuncia la mafia, in maniera aperta. Molti abbandonano la piazza. Lui non indietreggia.

[Ecco], gli eventi relativi all’omicidio di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse, in un quadro torbido e inquietante di responsabilità e forse di connivenze (come capì per primo un grande siciliano qual era Leonardo Sciascia) – eventi certamente connessi al suo progetto politico di allargamento della compagine di governo della Repubblica, con l’inclusione del Partito Comunista Italiano di Enrico Berlinguer –; l’uccisione di Peppino Impastato, per la sua lotta contro il potere mafioso; l’assassinio di Piersanti Mattarella, per i suoi coraggiosi progetti di riforma delle istituzioni siciliane, rappresentano ai nostri occhi un segno. Il segno, e il crinale, di quella che potremmo chiamare l’agonia della Repubblica in quegli anni bui. Eppure, proprio mentre la Repubblica sembrava sull’orlo della morte, un uomo serio, specchiato, dedito alla politica come servizio, ha alzato la sua voce e ha pronunziato parole che ai nostri occhi risuonano come il severo cantus firmus di una speranza contro ogni speranza. E per la coerenza con queste parole e queste posizioni quest’uomo è arrivato a dare la vita.

[Ecco], voglio dire che l’Italia e la Sicilia sono cambiate, rispetto a cinquant’anni fa, grazie alla testimonianza e al coraggio di uomini come Piersanti, come Peppino, come Aldo Moro, come tanti altri. È questo un primo messaggio da raccogliere. Di fronte al male del mondo, ai poteri oppressivi, mafiosi, totalitari, la tentazione dello sconforto è grande, ma l’esempio di Piersanti Mattarella ci dimostra che i gesti di una sola persona, il senso della giustizia e della verità di uno, di pochi, non sono inutili e insensati. Essi possono cambiare il mondo.

Il secondo messaggio di questa storia, di queste storie, è però la vigilanza. Quanti poteri distorti, quanta pressione culturale, quanta perdita del senso più nobile della politica, quanta collusione, quanta società infiltrata dalla mafia, noi ancora sentiamo, percepiamo vividamente nella nostra Sicilia! E da Piersanti Mattarella, oggi e sempre, noi impariamo a parlare, a non stare zitti, a non rimanere inoperosi, perché, come diceva don Pino Puglisi, «e se ognuno di noi fa qualcosa, e allora si può fare molto» (Mafia e Chiesa, Intervento al Centro “Padre Nostro”, 18 febbraio 1993). E dobbiamo farlo, per rispetto e gratitudine verso chi ha dato la vita. Dobbiamo gridare e testimoniare con la vita che la Sicilia non è irredimibile, che per la Sicilia e per l’Italia c’è speranza. Speranza di una ‘politica dal basso’, speranza di giustizia per i poveri, speranza di consolazione per gli ammalati e le persone fragili, speranza di educazione per i bambini, speranza di lavoro per i giovani, speranza di rispetto per le donne, speranza di accoglienza per i migranti. Speranze – lo ricordo – fondate non su un pio desiderio, bensì sulla Costituzione della Repubblica Italiana, spesso attaccata e vilipesa, ma per noi faro di civiltà, baluardo di memoria e orizzonte di operosa speranza.

Perché la politica è una cosa semplice. È, nella sua radice, desiderio profondo di rendere gli altri felici, di dare senso alla vita di chi non ce la fa, di praticare la giustizia, affinché vivere insieme non sia un inferno per molti e un paradiso per pochi, ma un’opportunità di condivisione, di crescita collettiva, di costruzione del futuro per tutti. Non c’è polis, non c’è impegno politico senza quest’anelito, senza questa semplice passione per l’umano e per il creato, senza questo sentimento dell’altro, degli altri, che fonda il nostro essere al mondo e lo apre, lo nobilita, lo fa respirare in un’aria fresca e promettente. La politica così intesa è uno spazio delle donne e degli uomini, senza distinzione di culture, di razze, di religioni, di fedi e credenze. La politica così intesa è un servizio reso alla festa delle diversità, al connubio delle differenze, un servizio reso con gioia, con un senso di enorme gratitudine alla vita. Dove la politica smarrisce questo fondamento semplice, si trasforma in brama di potere, follia di dominio, delirio di potenza distruttrice, ‘Alzheimer dei cuori’, come ho detto in più occasioni. Dove la politica smarrisce e dimentica il volto dei poveri, delle madri, dei bambini, dove diventa spietata macchina di azzeramento di coloro che sono considerati i nemici, dove tutto questo accade – ed è oggi davanti ai nostri occhi, non possiamo tacerlo! – la politica perde sé stessa, si condanna e condanna il mondo al rischio del nulla.

Di fronte a tutto questo, guardiamo oggi a Piersanti Mattarella come a un uomo che ha incarnato il senso ultimo della politica. Lo ha fatto da cristiano. È stato «in politica “a causa della fede” (Zaccagnini)» (P. Castagnetti, Una grandezza politica e cristiana da continuare a studiare, in A. La Spina (ed.), Piersanti Mattarella la persona, il politico l’innovatore, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2020, 25). E non perché i cristiani siano ‘diversi’ dagli altri. Sono anzi convinto – come ne era convinto anche Dietrich Bonhoeffer – che «essere cristiano non significa essere religioso in un determinato modo […], ma significa essere uomini» (Resistenza e resa. Lettere e scritti dal carcere, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 1992, 441), essere umani fino in fondo. La vera formazione religiosa è «finalizzata a definire un rapporto virtuoso tra fede e storia, fede e mondo, fede e politica. In casa Mattarella evidentemente questa idea di responsabilità del cristiano nei confronti del proprio tempo deve essere stata coltivata in profondità, e ciò spiega anche la scelta di Sergio di entrare nell’impegno politico nel momento della morte del fratello. Il magistero del Padre Bernardo ha certamente segnato la personalità dei due fratelli, ma anche quello di grandi preti che al tempo della loro adolescenza erano dedicati a formare tra le fila dell’Azione Cattolica una nuova generazione di laici da impegnare nella vita politica». E, a scanso di equivoco, come precisa P. Castagnetti, “responsabilità” sta per “autonomia”, «anche dalla Chiesa, ovviamente, non dalla fede. Autonomia che è principio più ricco di quello di laicità». E racconta che A. Moro, «dovendo rispondere alle preoccupazioni e persino alle intimazioni della gerarchia italiana contraria alla cosiddetta apertura a sinistra, al Congresso di Napoli, nel 1962», ebbe a dire: «“per non impegnare in questa vicenda […], il terreno del contingente appunto, l’autorità spirituale della Chiesa, anche per questo c’è l’autonomia dei cattolici impegnati nella vita pubblica… L’autonomia è la nostra assunzione di responsabilità, è il nostro correre da soli il nostro rischio, è il nostro modo personale di rendere un servizio e di dare, se possibile, una testimonianza ai valori cristiani nella vita sociale”» (Una grandezza politica e cristiana da continuare a studiare, cit., 25-26).

Il Vangelo non nega la creazione, non condanna la storia, non giudica dall’alto la fatica degli esseri, bensì la sostiene e la condivide. I cristiani non hanno da fare in politica nulla di diverso dagli altri. Non devono creare steccati, costruire partiti, difendere valori, sentirsi migliori, o peggio ritenersi autorizzati a difendere la parte di quelli che professano la loro stessa fede, a difendere la Chiesa come istituzione mondana. No, dobbiamo dire chiaramente che le cose non stanno così. La portata politica, e direi rivoluzionaria, dell’Evangelo di Gesù di Nazareth è solo quella che il magistero di Papa Leone XIV ci mostra e ci ricorda in questi giorni. È la forza dirompente di un messaggio che Gesù ha iniziato ad annunciare nella sinagoga di Nazareth: «Lo Spirito del Signore è sopra di me. Per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha inviato a portare ai poveri un lieto messaggio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19).

Papa Leone non parla e non risponde al Presidente degli Stati Uniti come un uomo politico si rivolge a un altro. Papa Leone parla da testimone del Vangelo, da disarmato annunciatore delle Beatitudini. Non per un senso di filantropia, ma perché Dio è così. Nel suo privilegiare i deboli, gli orfani, le vedove, gli stranieri, il Padre di Gesù di Nazareth in verità rivela sé stesso, la sua intima realtà, quella di un Dio che fa sorgere il sole sui giusti e sugli ingiusti, di un Dio che ha viscere materne di misericordia e per questo preferisce e difende i più piccoli. Lui, che nel suo Figlio in mezzo a noi si è fatto bambino, povero, perseguitato per la giustizia, si è umiliato, è stato ucciso dal potere politico e religioso, è stato schiantato dalla terra come un malfattore, come tanti poveri cristi della storia.

Quando parliamo di impegno politico dei cristiani, dei cattolici, noi non parliamo d’altro se non di questo. Non di strategie, non di partitismo, non di sogni (o forse incubi) di egemonia. Così come Piersanti Mattarella ci ha insegnato, siamo uomini e donne come tutti, chiamati a vivere nel mondo la luce e la speranza del Vangelo, pronti a consegnare la nostra vita per la giustizia e per la pace. Senza armi, senza potere, ma con la sola forza di un Messia crocifisso, che rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili e i poveri, mettendosi per primo accanto a loro, dando la vita per loro e per tutti. Piersanti Mattarella ha seguito la via del suo Signore, per questo è stato un uomo grande, un grande politico. E al suo modo di essere uomo e di essere politico, alla sua testimonianza del Vangelo, oggi rendiamo insieme un omaggio commosso, unito a un impegno senza tregua perché la sua testimonianza risuoni e non sia vana.

È significativo che stasera ci ritroviamo in un luogo quale la Facoltà Teologica “San Giovanni Evangelista” che da anni forma preti, religiosi e laici ad una teologia viva aderente al Vangelo e alla storia. Piersanti Mattarella non è solo testimone ma anche maestro. Qui, ora: dalla cattedra della sua vita donata, mostra a chi ricerca, insegna e studia teologia che [la teologia] deve essere viva e incarnata dentro il travaglio della storia.

Grazie Signor Presidente di essere venuto. Della lezione magistrale di Suo fratello. E della Sua presenza che ci onora e ci arricchisce.