Discorso ai rappresentanti delle Confessioni Cristiane, alle Comunità Religiose e alle Autorità

392° FESTINO DI S. ROSALIA
Discorso ai rappresentanti delle Confessioni Cristiane, alle Comunità Religiose e alle Autorità
Palazzo Arcivescovile – 14 luglio 2016
Care Amiche, Cari Amici,
sono felice che oggi siate qui, a condividere la gioia di questa vigilia del Festino – il primo per me –  in cui tutta la nostra Città si riconosce. Sentiamo – lo si sente nell’aria – che il nostro non è un incontro diplomatico, uno scambio di cortesie tra le cosiddette ‘autorità’. Per parte mia, perciò, vi accolgo qui come un uomo chiamato in questa terra palermitana, tra questa gente e accanto ad essa, a testimoniare e ad annunciare il Vangelo di Gesù. E il senso profondo di questo Vangelo è l’accoglienza di tutti, l’apertura a tutti, la pace con tutti. È in forza del Vangelo che stamattina vi incontro e vi abbraccio, perché la vita e la morte di Gesù di Nazareth hanno detto ai suoi discepoli che il Dio di Gesù non ha paura delle differenze e delle distanze, ma anzi ne è in cerca, ed è pronto a far loro spazio nel suo cuore, senza lasciarsi intimorire nemmeno da conflitti e divisioni, da incomprensioni e fatiche. Il Vangelo non è un titolo di merito, non è un vantaggio, non è una verità religiosa o filosofica che debba imporsi su altre verità. Il Vangelo è la storia di un uomo che ha riconosciuto e accolto la dignità della ricerca di ogni donna e di ogni uomo, che ha preferito servire e non essere servito, morire invece di uccidere. Ogni tensione umana verso l’altro, ogni aspirazione intima alla profondità dell’esistenza, ogni sguardo autentico verso l’oltre mi è compagno, ci è compagno di strada, perché siamo tutti assieme, gli uni accanto agli altri, sulla stessa barca della vita, guardati e custoditi secondo la misura della makrothymìa, del cuore grande. E quando Gesù ha dovuto raccontare il gesto dell’approssimarsi nell’amore, il gesto cioè della vera conoscenza di Dio – perché chi ama ha conosciuto Dio, dice Giovanni – allora egli ha scelto un samaritano, la figura di un eretico, di un uomo posto fuori dall’ortodossia, forse proprio per ricordarci la vanità di ogni religione concepita come un rigido e invalicabile steccato.
È questo credo il grande tema odierno per tutte le donne e gli uomini che vivono dentro una qualunque confessione religiosa: fare della propria esperienza non di separazione, di contrapposizione, un motivo di guerra, ma una spinta forte allo stare assieme, al ricercare la pace, a provare assieme a rendere il mondo più accogliente, più bello e più felice. Storicamente – ammettiamolo! – spesso non è stato così. E troppo spesso ancora oggi non è così. Dalle guerre sante di Israele alle crociate dei cristiani e ai vari malintesi jihad, fino alle tensioni etniche e religiose che hanno affaticato la vita di grandi continenti come l’Africa o l’Asia, la religione spesso è stata travolta dall’arroganza e dall’orgoglio. Il suo ruolo autentico, con un’etimologia magari un po’ fantasiosa, è invece, almeno per me, quello di ‘re-ligare’, di legare, di raccogliere cioè il genere umano e il cosmo intero in un unico cuore, in un unico battito, facendosi carico di tutto il dolore del mondo – ogni bellezza conculcata, ogni giustizia violata, ogni dignità distrutta, ogni vita soffocata – per trasformare la sofferenza universale in domanda di senso, in preghiera e in opere di pace. Per questo, noi, intanto, che siamo gravati da una responsabilità in quanto guide o pastori, dobbiamo avere il coraggio di prendere posizione, di scegliere un’ermeneutica delle nostre tradizioni – lo dico qui, apertamente – che non dimentichi e non faccia dimenticare a nessuno che certo, c’è la guerra di conquista nella Bibbia, ma a Davide non fu concesso di edificare il tempio perché aveva sparso troppo sangue davanti a Dio; che c’è la crociata nella storia della Chiesa, ma il vangelo di Gesù dice senza mezzi termini che si devono perdonare e amare i propri nemici; che c’è uno jihad nel Corano rivolto verso altri, ma in prima battuta, e profondamente, ‘jihad’ significa ‘sforzo’, tensione interiore alla contemplazione dei misteri divini; che ci saranno stati tempi e modi di realizzazione violenta delle grandi tradizioni orientali, ma che, ad esempio, il messaggio fondamentale del buddhismo è volto alla pace, all’interiorità, al rispetto dell’altro.
Non potrei e non vorrei mai farmi maestro nella Casa venerata di ognuno di voi. Ma intendo semplicemente – e voi lo capite bene – lanciare un appello e anche un grido, perché se impara a ‘re-ligare’ la religione può essere oggi di grande aiuto alla salvezza del mondo, ma se slega, contrappone e divide essa, in tutte le forme, per come noi le conosciamo e professiamo, può trasformarsi in strumento terribile e nefasto di negazione dell’umano. Di barriere che annegano cammini di libertà.
Per questo vi dico oggi, con affetto: non ci sia più per noi l’alto e il basso, il dentro e il fuori, l’amico e il nemico. Non ci sia più l’alto dei ‘sacerdoti’ (comunque li vogliamo concepire) e il basso del popolo, l’alto dei ricchi e dei potenti e il basso dei poveri e degli umili; l’alto degli uomini e il basso delle donne; non ci sia il dentro dei fedeli e il fuori di chi fedele non è; il dentro dei puri e dei santi e il fuori dei peccatori e dei reietti; non ci siano più i ‘nostri’, gli amici e gli ‘altri’, i nemici.
E lo dico in primo luogo a noi, care sorelle e cari fratelli che confessate con me la fede in Gesù il Cristo: non ci siano più barriere e muri tra di noi! Finiscano le divisioni tra i cristiani, non in nome di un’unità astratta, artificiosa. Ricordo sempre l’intuizione del Padre Karl Rahner, che fu anche per altri versi quella di Frère Roger Schutz a Taizé. Era un’idea semplice e potente, che io oggi esprimerei così: i cristiani sono chiamati a stare insieme nella differenza, e a riconoscere le loro diversità come una ricchezza. C’è chi ha coltivato e tenuto alta la potenza della Scrittura, chi ha dato il giusto valore allo Spirito di Dio e alla Divina liturgia nella sua sovrabbondanza simbolica e nella sua bellezza, c’è chi ha mantenuto viva la memoria dell’Eucaristia, ma tutti – sorelle e fratelli della Riforma, dell’Ortodossia, della Comunione anglicana, della Cattolicità  – dobbiamo prendere coscienza della multiformità del Vangelo e rinunciare di cuore ad ogni potere, ad ogni primato, ripartendo idealmente insieme da quella sera in cui il Signore e il Maestro lavò i piedi di coloro che l’avevano seguito fino a Gerusalemme, consegnandoci così il senso ultimo della sua esistenza, l’immagine autentica dell’onnipotenza di Dio («sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani», Gv 13, 1).
Mettiamoci insieme questa mattina per elevare la nostra preghiera, nelle diverse forme in cui ognuno di noi la concepisce. Ripetiamo idealmente – direi – il gesto di Assisi, quel momento storico decisivo in cui Giovanni Paolo II (e credo che questo, almeno per me, sia uno dei motivi profondi della sua ‘santità’) promosse nel 1986 un meraviglioso incontro tra i rappresentanti di tutte le religioni, che non aveva altro scopo se non quello di cercare la pace, stare gli uni accanto agli altri e di pregare assieme, con libertà, nei tanti modi in cui le donne e gli uomini di tutto il mondo continuano a levare la loro voce verso l’Altro, verso l’Oltre, della vita e nella vita. Non a partire da ciò che li accomunava ma a partire da ciò che li differenziava. Facciamolo anche noi stasera, con umiltà, con rispetto, con fiducia serena, con amicizia sincera. Io pregherò, per parte mia, pensando alle parole di Paolo nella Lettera ai Romani, al capitolo 8: «Ritengo infatti che le sofferenze del tempo presente non siano minimamente paragonabili alla gloria che dovrà essere rivelata in noi. L’attesa ardente della creazione è rivolta verso la rivelazione dei figli di Dio. […] Sappiamo infatti che la creazione stessa geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto. Essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo». Alzerò allora la voce nel mio cuore per portare davanti a Dio il desiderio di tutto il creato, la speranza che ci accomuna: che l’ingiustizia, lo sfruttamento, l’oppressione non siano l’ultima parola della storia; che nel dolore, nella morte e nella disperazione che spesso sembrano avvolgere la vita degli uomini e la natura tutta, minacciata da una logica perversa di accumulazione e di profitto, si nasconda un’energia di liberazione e di salvezza; che non siamo soli e condannati ma, nella trama incomprensibile degli eventi, siamo accompagnati e redenti, perché nulla, né i poteri di questo mondo, né il dolore, né la morte possono strapparci dall’amore di Dio in Cristo Gesù.
È una speranza questa, che esprimerò nella mia preghiera, ma anche un orizzonte di senso. Che la pace, il bene, l’accoglienza regnino nella storia è pure un compito, affidato in primo luogo a tutti coloro che esercitano un’autorità. Mi rivolgo dunque a voi, che nella società, in modi diversi e a diversi livelli, avete un ruolo di decisione e di comando. Vi ringrazio di aver voluto accettare il mio invito ad essere qui stamattina. Mi sembra un momento intenso, significativo, che raccoglie anche noi attorno a una responsabilità fondamentale. Chi ha autorità è infatti chiamato a far germogliare e fruttificare la porzione di vita che gli è stata affidata. Questo vale per i genitori, per gli insegnanti, per i preti, per i medici, per i consoli e gli ambasciatori, per i sindaci, i prefetti, per i presidenti e i comandanti, per i vescovi e i papi, vale per tutti: impegniamoci stasera ad interpretare ogni giorno l’autorità che ci è data come un potere che edifica, costruisce, aiuta e non angustia e distrugge, che solleva e non abbatte, che tende al bene dell’altro e non al proprio. So che quel che dico potrebbe apparire una semplicistica utopia. Ma non è così. Il mondo, il nostro paese, la nostra Sicilia hanno bisogno di autorità vissute ed esercitate in questo modo. E per ‘comandare’ così, nel senso del far crescere, c’è un segreto che dobbiamo imparare, e che io ho imparato da mio padre, maestro di una volta, che prendeva in carico un alunno e lo accompagnava per tutte le stagioni della vita: ascoltare, con una coscienza retta e irreprensibile, e prendersi cura di chi si ascolta. Chi ha autorità non è anzitutto colui che fa, ma colui che ascolta, che fa spazio, che si lascia a propria volta guidare dalle parole e dagli eventi della vita. Mi ha sempre colpito un passaggio dell’Antigone di Sofocle: quando Creonte, il tiranno, ha ormai deciso di far morire Antigone, suo figlio Emone, promesso sposo della fanciulla, va a trovare il padre per dissuaderlo, ma inutilmente. E di fronte alla cocciutaggine e alla determinazione di lui – che non poteva piegarsi ad una donna, ascoltarne le ragioni e che si sarebbe sentito offeso dal seguire la voce del figlio – Emone dice (cito a senso): “se non vuoi ascoltare sarai re, ma trasformerai il tuo regno in un deserto” . Quando non si ascolta, si fa il deserto. Nei giorni in cui celebriamo Rosalia, che seppe lasciare i palazzi del potere per seguire la via del nascondimento e dell’ascolto della voce di Dio e degli uomini e delle donne che a lei ricorrevano, stringiamoci alla sua figura e operiamo quotidianamente per essere come lei, per essere ‘lei’, come dice il motto scelto per il Festino di quest’anno: pronti a dare soccorso, a liberare, ad essere accanto a tutti, nell’ascolto e nell’umiltà.

+ Corrado, Arcivescovo di Palermo