15 luglio 2026 CS –74/26

402° Festino in onore di Santa Rosalia Patrona di Palermo – Omelia dell’Arcivescovo di Palermo Mons. Corrado Lorefice nella Solennità di Santa Rosalia

402° Festino in onore di Santa Rosalia Patrona di Palermo

 

Omelia dell’Arcivescovo di Palermo Mons. Corrado Lorefice  

nella Solennità di Santa Rosalia

 

Chiesa Cattedrale, 15 luglio 2026

 

Nel suo poema epico La Rosalia dedicato alla Santuzza di Monte Pellegrino, allorché la giovane nobile nella sua camera si ammira allo specchio, quasi prigioniera di se stessa, del suo io vanitoso nutrito dagli agi mondani del palazzo, Pietru Fudduni annota che invece «vidi lu Christu piu cù membri cassi cintu di vívu sangu di ducizza (vede il Cristo pio con le membra martoriate cinto di vivo sangue di dolcezza)».

È proprio dalla contemplazione del «vivu sangu di ducizza», sparso da Cristo Crocifisso anche per lei, che scatta in Rosalia un vero e proprio sconvolgimento interiore e, quindi, la rifondazione della sua stessa vita. Rosalia comprende che quel vivo sangue fluente dal corpo di Cristo è il dolce abbraccio dell’Amore Crocifisso, disposto a soffrire e a dare la vita per lei. Lei era l’amata dall’Amato Figlio di Dio fattosi carne, morto e risorto. Amata fino a tanto eccesso, riscattata all’amore di Dio «a caro prezzo», così da non essere più «schiava degli uomini!» (1Cor 7,23) e prigioniera del peccato e del suo «salario» che «è la morte» (Rm 6,23).

Come nell’immagine del Cantico dei cantici (cfr 2,8-14), il muro che separava Rosalia dall’Amato era dentro il suo cuore. Egli non arriva con potenza fisica ma con il sottile e suadente suono della sua voce che supera le barriere per raggiunge lo spirito umano e liberarlo dal gelo dell’«inverno». Il cuore irretito e inaridito dalla consuetudine con il potere, l’avere e «l’impij assauti di li disigni fallaci, e incauti (i profani impulsi dei progetti fallaci e incauti)», cede ora il passo alla feconda stagione dell’amore esplosa con il sopraggiungere dell’Amato. Egli si rivela a Rosalia in tutta la sua bellezza, le risuona nitida e seduttiva la sua parola: «Pighiati pri tua gioia la mia chiagha, chi di l’amuri tò farrà la pagha (prendi per la tua gioia la mia piaga, che dell’amore tuo sarà la ricompensa)». Ora in lei emergono il coraggio di venire fuori, certa di essere l’«amica» dell’Amato, la sua «bella», e la ferma decisione di sceglierlo definitivamente: «Chi autru amirà chiui lu cori miu? Si no à tia sulu spusu patri e Diu (chi altri amerà più il cuore mio? Se non te solo sposo padre e Dio)».

Così in Rosalia prende progressivamente corpo la conoscenza dell’amore di Cristo, non concettuale ma come relazione personale. Una conoscenza intima, viva. Assimila la consapevolezza dell’inabitazione in lei dell’Amore di Dio in Cristo Gesù, così da vivere in intima comunione con il Figlio, la Seconda Persona del Dio vivente Uno e Trino.  Come testimoniano il Nuovo testamento e i Padri della Chiesa: «Dio è amore» (1Gv 4,8). «In verità vedi la Trinità, se vedi l’amore. Ecco sono tre: l’Amante, l’Amato e l’Amore» (Agostino d’Ippona, De Trinitate, 8, 8, 12; 8, 10, 14).

Per questo la liturgia della Solennità di S. Rosalia ci propone il brano, pocanzi ascoltato, tratto dalla Lettera agli Efesini: «Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio» (Ef 3,17-19).

Conoscere l’amore di Cristo, averne consapevolezza, è il presupposto della risposta alla chiamata cristiana e alla rinascita battesimale. La fede si fonda su una conoscenza diretta e personale dell’amore di Dio, tangibile nel suo Figlio Crocifisso e risorto, e riversato nel cuore per mezzo dello Spirito Santo. In 1Gv 3,16 si legge: «Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli». La fede che diventa vita. La fede che, sostenuta dalla speranza, opera per mezzo della carità.

Amare e assomigliare a Cristo crocifisso, riprodurre la sua vita, è la vocazione di ogni credente. Anche per questo, iconograficamente, Rosalia viene raffigurata con un crocifisso in mano, mentre vive reclusa volontariamente nella grotta di Monte Pellegrino, divenuta anche suo sepolcro. Come accadde al Messia inchiodato sulla croce, trafitto e sepolto sul Monte Calvario. È la lettura che ne fa anche Pietro Fudduni: «Munti si di la nova crucifissa, novu Calvariu a la sua passioni». Il monte dell’incontro d’amore tra l’amato e l’amata che canta il Cantico: «L’amato mio! Eccolo, viene saltando per i monti» (Ct 2,8). Come il canto di Rosalia inciso nella grotta della Quisquinia: «… amore Domini mei Jesu Christi in hoc antro habitari decrevi (per amore del mio Signore Gesù Cristo ho scelto di abitare in questa grotta)».

Carissime, carissimi, siamo adunati, nella nostra chiesa Cattedrale, attorno all’altare, segno del sacrificio di Cristo, perché lo stesso fuoco d’amore che ardeva nel cuore di Rosalia infiammi anche il nostro. La nostra Santuzza, ancora oggi, con tutta se stessa, innalza il suo canto d’amore a Cristo. In lei, casta contemplativa, la Chiesa palermitana si riconosce, e con lei proclama: «il tuo amore vale più della vita» (Sal 62).

L’odierna solennità liturgica ci sprona a desiderare l’Amato, ad attenderlo, come Rosalia. Rapiti e rigenerati dall’amore, non distogliamo lo sguardo dall’Amato. È questo il messaggio della Santuzza, la fecondità della sua testimonianza verginale che continua a riversare sulla sua e nostra amata Chiesa palermitana.

E non può passare inosservato che celebriamo la solennità di S. Rosalia nell’ottavo Centenario della morte di S. Francesco. Con l’umile Frate trafitto sul Monte de La Verna, «la nova crucifissa» di Monte Pellegrino, diventa corifea di noi tutti, di ciascuna, di ciascuno e dell’intera Chiesa palermitana: «Rapisca, ti prego, o Signore, l’ardente e dolce forza del tuo amore la mente mia da tutte le cose che sono sotto il cielo, perché io muoia per amore dell’amor tuo, come tu ti sei degnato di morire per amore dell’amor mio» (FF 277).

Rosalia ci ricorda che, solo se perseveriamo nell’amare e nell’attendere l’Amato, la nostra Chiesa riconoscerà il sopraggiungere del suo Signore e Sposo. Abbiamo la responsabilità di custodire e alimentare personalmente e comunitariamente la fede, di coltivare e tenere acceso il desiderio dell’incontro con il Signore. Rosalia ci chiede di non assuefarci al frastuono e all’opulenza imperante di questa nostra cultura.

L’olio che le giovani sagge della parabola lucana (cfr Mt 25,1-13) prendono con sé è proprio questo desiderio custodito di una relazione personalissima, non condivisibile, non acquistabile, con lo Sposo ardentemente atteso. È quell’energia viva che ci ha messo in movimento verso una pienezza di luce e di vita.

Per noi si tratta di andargli incontro nella sua Parola e nei Sacramenti che celebriamo e che lo rendono presente nelle nostre comunità; come anche nel travaglio della Città, nelle sue ferite e nelle sue contraddizioni, tra progressi, sbandamenti e regressioni; e soprattutto presente nel “sacramento dei poveri” che egli ci ha lasciato dicendoci: «li avete sempre con voi» (Mc 14,7; cfr Gv 12,8), certi che tutto quello che facciamo loro lo avremo fatto a lui (cfr Mt 25, 31-46).

Questa è stata Rosalia e da qui, semmai, la sua premura di scendere a valle dal monte, di donarsi, anche nei suoi resti mortali, a quanti venivano e vengono dilaniati nel corpo e nell’anima. Stare al cospetto di Dio significa portare su di sé la sofferenza e il travaglio del mondo, della Città, delle case, dei quartieri, delle strade. Intercedere, far proprio il grido di chi nella sofferenza prega o impreca perché chiede liberazione giustizia e vita. Amare e servire Dio significa amare e prendersi cura di chi soffre, di chi è vittima di altri uomini rapaci. Di questo si tratta, non di “buonismo”, ma di fede, di amore a Cristo molto concretamente riconosciuto e incontrato negli umiliati ed emarginati della nostra città, nei disoccupati – come non pensare in questo Festino alla vertenza dei lavoratori ex Almaviva – e nei giovani senza speranza di futuro, raggirati da lucratori venditori di dipendenze e di morte; negli ammalati  e negli anziani vittime di un sistema sanitario  inefficiente e travolto da scandali;  in ogni uomo e in ogni donna, bambini e anziani, che approdano nelle nostre isole con un pesante bagaglio di traumi dovuti alle guerre e alle nuove e vecchie  povertà.

La solennità della vergine eremita Rosalia ravvivi in noi e nelle nostre comunità l’attesa del Signore perché lo possiamo servire e onorare nell’oggi delle sue venute, nella Chiesa e nel mondo, così da saperlo riconoscere nel giorno della parusia. Quando verrà a giudicarci sulla carità, sull’amore.