Triduo Pasquale
Messa in Coena Domini
Omelia Arcivescovo di Palermo Mons. Corrado Lorefice
Il nostro cammino con il Signore Gesù verso Gerusalemme.
«Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: “Su di te sia pace!”» (Sal 121,8).
Giovedì Santo in Coena Domini
Forse tu Dio / odori i miei passi / al calpestio dell’ombra / nel bosco. Ancora attendi paziente / all’ultimo tornante. / Deporrai la veste / cingerai l’asciugamano / ti chinerai nell’acqua / a lavare piedi / sporchi di sabbia e di strade. / E io vedrò i tuoi occhi / nell’acqua di un catino (A. Casati, Nell’acqua di un Catino, 96).
Il Signore oggi ci dona il segno sacramentale del suo amore, di «un amore più grande» (Gv 15,13), spinto fino al suo massimo compimento (cfr Gv 13,1): il catino e l’asciugatoio del servizio e il pane della carità e dell’unità. Diaconia ed eucaristia. Servizio e dono di sé. Servi sumus.
«Dal basso, sì, – scriveva Luigi Santucci – ha voluto cominciare a salvarci. Nell’ultimo quadro ci dominerà di lassù, dalla trave insanguinato, con le braccia aperte (“Quando sarò innalzato trarrò tutto il mondo a me”). Ma l’inizio è questo: rattrappito come una bestia sui nostri alluci callosi, sulle nostre impoetiche unghie, sui nostri odori più scostanti. Si concede questa regale gioia di umiliarsi. […] Vi ho dato l’esempio… Se dovessi scegliere una reliquia della passione, raccoglierei tra i flagelli e le lance quel tondo catino di acqua sporca. Girare il mondo con quel recipiente sotto il braccio, guardare solo i talloni della gente; e a ogni piede cingermi l’asciugatoio, curvarmi giù, non alzare mai gli occhi oltre i polpacci, così da non distinguere gli amici dai nemici. Lavare i piedi all’ateo, al cocainomane, al mercante d’armi, all’assassino del ragazzo nel canneto, allo sfruttatore della prostituta nel vicolo, al suicida, in silenzio: finché abbiano capito» (L. Santucci, Volete andarvene anche voi? Una vita di Cristo). «Perché come ho fatto io, facciate anche voi» (Gv 13,15), cioè, perché altri vedano nel ‘nostro’ il ‘suo’ Amore.
Accendi, Signore Gesù, le nostre vite e le tue comunità discepolari come «fiammella che nasce da fuoco vero», dalla divina Fiamma, e che vegli «un pane non immobile ma spezzato» (A. Casati, Accanto al dilagare, 142). Siano vite e comunità eucaristiche, alimentate dall’eucaristia celebrata e inviata, dalla lavanda dei piedi praticata. Vite e comunità affrancate dall’immobilismo, che corrono a spezzarsi perché ogni uomo e ogni donna sappia che è un chiamato ad entrare nella calda e accogliente casa di Dio Padre per prendere parte al gioioso e succulento banchetto della fraternità, della diaconia, dell’amore e della pace (cfr Is 25,6).
Perché a tutti sia ri-cor-data la vocazione all’amore e all’unità. Fatti per amare e non per odiare. Fratelli commensali, non nemici isolati. Fratres sumus. Come ricordava Paolo ai Corinti che celebravano la cena del Signore avendo dimenticato che fosse il sacramento dell’amore e della comunione: «Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga» (1Cor 11,26). Così, ogni volta che spezziamo e condividiamo il pane eucaristico noi annunciamo l’amore redentivo del Signore. Veniamo trasfigurati dall’amore. Siamo resi ‘uno’ dall’amore. Veniamo trasformati in lievito d’amore, ovunque i nostri passi ci conducono. E nella «fede che opera per mezzo della carità» (Gal 5,6), attendiamo la sua venuta nella gloria.
Accogliendo stasera il segno del “catino del servizio” e del “pane spezzato e del sangue condiviso” rinunciamo ad essere sedentari, stanziali. Sono forti a tal riguardo le parole di don Primo Mazzolari: «Pòrtati avanti, fino alla tavola eucaristica per “levarti” subito dopo la comunione, non come un commensale qualunque, ma come un servo dell’Amore che deve cambiare il mondo. I capovolgimenti non si attendono, si fanno» (Dietro la croce e Il segno dei chiodi). Sono un chiaro riverbero di quanto scrive l’Apostolo Paolo ai Corinti: «Poiché l’amore del Cristo ci spinge, al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro. Cosicché ormai noi non conosciamo più nessuno secondo la carne; e anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così. Quindi se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove» (2Cor 5,14-17).
Il cristiano unito a Cristo non ha altra misura di vita che quella eucaristica, amare Dio e il prossimo sine modo, senza limiti. «Quanto più il fuoco dell’amore del prossimo ci infiammerà e ci purificherà, tanto più ci spingerà ad avanzare verso quello più puro di Dio» (S. Agostino, Epistola 109).
Oggi l’Eucaristia – il Pane spezzato, condiviso e conservato perché avanzi sempre per altri –, oltre a nutrirci ci parla. Ci chiede di vegliare, di essere fiammelle vive della postazione del cibo sostanziale, del «pane vivo, disceso dal cielo… per la vita del mondo» (Gv 6,51): «Portatemi la fiammella / che nasce da fuoco vero. / E stia a veglia / di un pane non immobile / ma spezzato» (A. Casati, Accanto al dilagare, 142).
