Ordinazioni presbiterali
Omelia Arcivescovo di Palermo Mons. Corrado Lorefice
Chiesa Cattedrale, 26 settembre 2026
Quattro nuovi Presbiteri per la Chiesa di Palermo: sabato 26 settembre alle ore 10.00 nella Chiesa Cattedrale, per l’imposizione delle mani e la preghiera di ordinazione dell’Arcivescovo Mons. Corrado Lorefice, sono stati ordinati i Diaconi Antonino D’Alia della Parrocchia San Giovanni Apostolo in Palermo, Giuseppe Notte della Parrocchia Santa Maria Maddalena in Ciminna, Leonardo Renda della Parrocchia Maria SS. Mediatrice in Palermo e Sergio Scozzaro, della Parrocchia San Francesco d’Assisi in Misilmeri.
Omelia Arcivescovo
Nella preghiera-Colletta, abbiamo appena chiesto al Signore per voi, carissimi Antonino, Giuseppe, Leonardo e Sergio: «nel ministero e nella vita possano renderti gloria in Cristo».
L’invito che l’Apostolo Paolo rivolge ai Romani è netto: «Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale» (Rm 12,1). Non sono chiamati ad offrire atti di culto esteriori, ma il loro stesso corpo in “culto spirituale”, a fare di loro stessi il luogo e il tempo dove la grazia del Signore viene celebrata.
Ieri, carissimi Antonino, Giuseppe, Leonardo e Sergio, avete fatto il giuramento durante l’Eucaristia finale degli Esercizi spirituali del nostro Seminario, predicati da Mons. Mimo Cornacchia, Vescovo ‘ben-emerito’ di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi, che oggi, con la sua presenza, onora e arricchisce questa assemblea orante. Dopo che avete pronunciato la formula, vi ho esortati con le parole del Venerabile Don Giuseppe Quadrio, Salesiano: «Celebra ogni tua Messa come se fosse la prima, l’ultima, l’unica della tua vita. Ogni parola sia un annuncio ed ogni gesto un “segno” sacro. Trasforma la tua Messa in vita vissuta e tutta la tua vita in una Messa continua. Ricordati che, chiuso il Messale, la tua Messa deve continuare nella vita».
Gesù, ha fatto del suo corpo il “sacramento” di unione tra Dio e l’umanità intera. Uniti a lui, il culto a Dio si vive nel proprio corpo – la vita nella sua interezza, personale e relazionale – unito a quello del Signore: «Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo e che non appartenete a voi stessi?» (1Cor 6,15.19).
Il corpo, l’intera vita, diventa l’altare della fede, il rendimento di grazie gradito a Dio e condiviso con i fratelli e le sorelle: «Glorificate Dio nel vostro corpo» (1Cor 6,20), sottolinea ancora Paolo scrivendo ai Corinti. Una novità che vuole trovare carne nella vostra vita di discepoli-preti, chiamati ad animare sempre più comunità fraterne dove Dio viene lodato con la vita, amato e servito in ogni uomo e in ogni donna. È la stessa visione che si incontra nelle parole di Gesù alla Samaritana. Mentre lei chiedeva dove si dovesse adorare Dio – se al tempio di Gerusalemme o sul monte Garizim – Gesù risponde: «Viene l’ora in cui né su questo monte né in Gerusalemme adorerete il Padre (…) i veri adoratori adoreranno in spirito e verità» (Gv 4,21.23).
La verità animata dallo Spirito in noi e nelle comunità discepolari che voi servirete, è questa: «La carità non abbia finzioni: fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. Non siate pigri nello zelo; siate invece ferventi nello spirito, servite il Signore. Siate lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera, solleciti per le necessità dei fratelli, premurosi nell’ospitalità. Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili. Non fatevi un’idea troppo alta di voi stessi. Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto questo dipende da voi, vivete in pace con tutti. Non fatevi giustizia da voi stessi, carissimi, ma lasciate fare all’ira divina» (Rm 12,9-19).
Il dono del ministero ordinato fatto a voi è dono per la fraternità cristiana. Voi non sarete dirigenti e vertici di un’azienda religiosa, non animerete una stazione di servizi sacri, non gestirete il supermercato dei riti e dei sacramenti ma animerete umilmente e con tutto il vostro essere – corpo, spirito, sentimenti, esperienza, competenze culturali e teologiche acquisite –, una fraternità cristiana, dove Cristo, il Crocifisso Risorto vive e si rende presente nella sua Parola, nei Sacramenti e nei prediletti del Padre che sono gli scarti della «globalizzazione dell’indifferenza e dell’impotenza» (Papa Francesco e Papa Leone XIV): i poveri, i piccoli gli ammalati, i profughi, gli anziani, i semplici di cuore, i dilaniati nella mente, nello spirito e nel corpo. La vita delle vostre comunità deve pulsare di solidarietà, compassione, amore per i poveri, pena per gli afflitti, di reazioni di bene contro ogni azione di male, a maggior ragione se viene da strutture organizzate di peccato e di ingiustizie. La comunità cristiana sia anche grazie a voi uno spazio umano di riconciliazione e di pace. Nessuno, tanto meno i giovani, dovrà sentirsi un intruso o un escluso, bensì un amato, cercato e accolto. «Per Cristo a tempo pieno», ci ricorda ancora il nostro don Pino Puglisi.
Nel Vangelo Gesù, rivolto ai suoi discepoli, dice: «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa ciò che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi» (Gv 15,15). Amici, fíloi. Il servo è colui che non sa, non comprende ciò che il suo signore fa, e forse non capisce nemmeno ciò che gli fa fare e perché glielo fa fare. Ma lo schiavo è anche colui che non rimane, méne, che non persevera perché manca di libertà. Solamente colui che è libero può perseverare, rimanere. «Rimanete – méinate – in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me» (Gv 15,4). È il discepolo amato, nel IV Vangelo, colui che rimane (cfr Gv 21,23).
L’amico è unito a colui che lo ama da una conoscenza, da un sapere, da una scientia, da una penetrazione del suo animo. È colui che ha a lungo ascoltato, ha a lungo scrutato ed è pervenuto a una conoscenza altra rispetto a quella dei più, una conoscenza più intima e profonda; è pervenuto a una relazione che è un legame libero, non da schiavo. Un legame tale da esserne performati!
Antonino, Giuseppe, Leonardo e Sergio, siate per sempre amici del Signore. Lui vi chiama amici. Siate amici degli uomini e delle donne che incontrerete nel vostro e per il vostro ministero. Si tratta di prendere sul serio nella vostra concreta esistenza la vita in Cristo in cui vi ha immesso il sacramento del battesimo e ora il sacramento del presbiterato. È un impegno per tutta la vita e di tutta la vita. Ricordate ciò che Paolo confessa di sé: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20).
Amici di Cristo fate vivere in voi l’“io” di Cristo. Fate innamorare altri di Cristo. Sappiano che già sono suoi amici. Cresca così il regno di Dio nei cuori. E gli uomini e le donne del nostro travagliato tempo vivano ancora il meraviglioso sacramento dell’amicizia.
Crescano nel mondo amicizia e pace. Nella nostra amata Chiesa palermitana. Perché il mondo creda!
